Voci di pace dalla Striscia di Gaza

    VOCI DI PACE DALLA STRISCIA DI GAZA
    Una lezione di pace. Questo è stato l’incontro tenutosi il 13 aprile 2010, presso lo Spazio Contemporaneo “Carlo Talamucci” di Sesto San Giovanni, dal titolo “Voci dalla Striscia di Gaza”. Sul palco, dopo l’introduzione di Luca Alberti (Comitato Scientifico del CESPI), hanno preso la parola Alarawi Mahmoud (studente proveniente dalla Striscia di Gaza), Irfaeya Mohammednour (studente proveniente da Hebron) e Korenfeld Priel (studente proveniente dalla Galilea) sapientemente provocati da Don Nandino Capovilla (coordinatore nazionale di Pax Crhristi).
    I tre ragazzi protagonisti dell’incontro vivono insieme nell’ambito del progetto di studentato internazionale di pace, promosso dalla Caritas Diocesana di Udine.
    La situazione sembra ai limiti della realtà. Com’è possibile una convivenza del genere? Invece proprio vivere sotto lo stesso tetto, comunicare e conoscere le proprie vicende umane ha permesso di far cadere i propri muri ideologici. Nella casa non sono mancati momenti di tensione: il silenzio calato fra Mahmoud e Priel all’indomani dell’inizio dell’operazione Piombo fuso ci è stato raccontato come un ricordo doloroso, davanti al quale i due si sono sentiti impotenti e imbarazzati. A questo punto però è emersa la voglia di pace e di confronto dei due ragazzi: Priel, nel frattempo partito per le Marche, ha avuto il coraggio di fare una “semplice” telefonata al suo amico, per dirgli qualcosa, per stargli vicino.
    Nella nostra realtà di solito due ragazzi arrivano a non parlarsi per qualche screzio, o peggio per qualche torto in amore. Chissà se ragazzi israeliani e palestinesi hanno mai avuto la possibilità e il privilegio di litigare per una serata andata male, per non essere riusciti a organizzare una vacanza o per una ragazza.
    Gaza è un inferno non dantesco, bensì reale. Dante si concede la possibilità di risolvere i propri drammi interiori, nel suo viaggio lo accompagnano addirittura due guide. A Gaza non è così, nessuno può permettersi questo lusso. L’unica compagna certa è la paura con la quale convivere e la tentazione dalla quale fuggire chili di esplosivo addosso. Mahmoud, Mohammednour e Priel hanno deciso di tradurre la paura in vita. È una reazione a tutto lo schifo che sono stati costretti a vivere. Sono circondati da morte e da paura, scelgono la vita. Vivono la guerra, scelgono la pace. Mahmoud ci racconta che anche lui, come molti altri, avrebbe potuto farsi saltare in aria, ma non l’ha fatto. Questa per lui è la vita.
    I tre amici concordano che vivere a Gaza, in Palestina e in Isarele non significa vita. Mohammednour si sofferma sul fatto che il muro trasforma il territorio di Gaza e della Palestina in un carcere. Anche Priel si sente prigioniero: in Isarele, per legge, davanti a ogni locale, c’è una guardia, che perquisisce tutti quelli che vogliono entrare. Loro ribadiscono però di avere un messaggio che vogliono arrivi a tutti. Mentre parlano, penso a questi ragazzi come a dei Primo Levi contemporanei. Persone che ci stanno dicendo: “Considerate se questo è un uomo, considerate se questa è una donna. Meditate che questo è stato. Meditate che questo è.”
    I ragazzi hanno risposto alle domande del pubblico. È stato loro chiesto come abbiano reagito le loro famiglie e i loro amici di fronte alla scelta di partecipare a questo progetto. In casa di Mahmoud solo la madre e i fratelli più grandi sanno che vive insieme a un israeliano. Ne sono all’oscuro i fratelli più piccoli e gli amici. Priel ha ammesso che per un israeliano è più semplice, che i suoi genitori non si sono opposti.
    La conversazione si è poi spostata sul rapporto degli studenti con le vicende storichedella Palestina. Loro si sono mostrati più attenti al presente, ritenendo le interpretazioni degli eventi storici un’istigazione a cercare colpevoli e quindi un’ulteriore fonte di odio. Senza fare inutili strumetalizzazioni, come qualcuno durante la serata ha vanamente tentato di fare, consiglio di non guardare con ostilità alla storia e al passato, ma in modo che questo sia un nuovo tassello che voi ponete per superare il clima di ostilità che si respira a Gaza, perché voi possiate avere un’idea vostra e non frutto di indottrinamenti, per portare altro materiale al vostro splendido confronto. Per ricordare quello che è stato, tramandarlo e fare in modo che finisca e in futuro non si ripeta più. Io sono un ragazzo italiano, vi dico queste parole perchè mi accorgo sempre più spesso ormai quanto sia pericoloso non avere coscienza della storia del proprio Paese. Voi che ormai conoscete l’Italia, capirete il perché.
    Mentre scrivo apprendo la liberazione dei tre volontari italiani di Emergency Marco Garatti, Matteo Dall’Aira e Matteo Pagani arrestati la settimana scorsa a Lashkar Gah in Afghanistan. C’è ancora incertezza sui contorni reali di questa vicenda. È comunque una notizia che ci fa ribadire ancora più forte che noi stiamo con Emergency, quindi noi stiamo con la pace ad ogni latitudine.

    Matteo Pedrazzini
    cespi@cespi-ong.org