Un sestese, come voi, dalla Siria a Sesto

    Sono un sestese come voi, nato a Milano nel 1988, ma cresciuto qui a Sesto San Giovanni. La mia particolarità è che la mamma era sestese, cattolica, invece papà è siriano, di fede musulmana.

    Sono tornato da un mese in Italia, dopo averne trascorsi otto in Medio Oriente, in Siria, per studiare la lingua e la cultura che in parte mi appartengono. Ho vissuto per sei mesi nel quartiere cristiano di Bab Tuma a Damasco, dove l’immagine più bella -che non scorderò- resta quella dell’imam e del prete che, insieme, annaffiavano le piante della moschea e della chiesa. Sapete, lì in Siria, ‘’il paese canaglia’’come lo chiamava Bush o “il paese dei fondamentalisti’’, come diceva qualche leghista, ci sono chiese costruite vicino a moschee, senza nessun problema.

    Tornando nella città che io chiamo casa mia, la nostra Sesto, mi dispiace e sono sbalordito di vedere che noi non riusciamo a far sorgere un centro dove lasciar pregare della gente. Una città dove i comitati di quartiere dicono solo “ Non vogliamo qua la moschea mettetela da un’altra parte’’. Tutti i comitati hanno detto così, nessuno escluso? Senza proporre soluzioni alternative e costruttive? Mi chiedo come, come è possibile che i comitati di quartiere non si siano riuniti con il comune, per cercare tutti insieme un posto dove collocare la moschea, un posto che andasse bene a tutti?

    Uno dei fondamenti della politica è l’ascolto della gente ed essa dovrebbe proporre soluzioni o cercarle insieme ai politici, così non è stato fatto. Parliamo di laicità, di democrazia, di diritti umani e poi sentiamo urlare “Merde, sterminiamoli’’ in aula consiliare, davanti a dei bambini, cittadini italiani con origini arabe, di fede musulmana che erano presenti. Allora diventiamo umili, sia a destra che a sinistra, e rendiamoci conto per prima cosa della gravità di alcune parole e azioni.  Come possiamo credere di affrontare problemi, magari più importanti, nel futuro se non riusciamo a garantire un luogo di culto ai musulmani? Essi non hanno chiesto chissà cosa, solo un luogo dove pregare, anche un capannone. Forse dovremmo dare uno sguardo in qualche paese arabo come la Siria per parlare di laicità e diritto alla fede, e ispirarci ai loro modelli di convivenza. Ricordiamoci che Dio è uno solo: Allah in arabo o Dio in italiano, cambia solo il nome, e che il diritto alla fede è un diritto fondamentale dell’uomo. In alcuni paesi come la Francia o l’Inghilterra, dove la presenza di fedeli dell’Islam è ancora più alta che in Italia esistono vere e proprie moschee e non scantinati -come ce ne sono stati qua- dove la gente prega.

    Shady Hamadi
    cespi@cespi-ong.org