“Primavere arabe”

“Primavere arabe”

    L’evento risale all’11 aprile 2013 e rappresenta un primo momento di analisi con interventi di Giovanni Bianchi (presidente del Cespi), Rita Innocenti (assessora alla cultura) Jolanda Guardi (comitato scientifico Cespi) Giampaolo Calchi Novati (docente di storia ed istituzioni dei paesi afro-asiatici all’università di Pavia)
    -in fondo gli audio degli interventi-

    Ora sono passati più di cinque anni dalla cosiddetta “Primavera araba”.

    La data emblematica è 17 dicembre 2010.

    Quel giorno a Tunisi l’ambulante Mohamed Bouazizi si dà fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Quel gesto innesca una serie di rivolte popolari e giovanili, che partendo dalla richiesta dei tunisini delle dimissioni del rais Ben Ali, si estendono a Egitto, Libia, Bahrein, Yemen, Marocco, Algeria, Giordania e Siria.

    Un bilancio storico non può che fondarsi sul fatto che quegli imponenti battezzati “primavera” hanno provocato solo caos, morte, odio, esilio e desolazione in molti paesi arabi.

    Bisognerebbe forse chiedere ai cittadini dei paesi arabi “primaverizzati” se la disastrosa situazione in cui si trovano attualmente possa definirsi primavera.

    In proposito, i numeri sono eloquenti. Uno studio recente ha dimostrato che quella funesta stagione ha provocato, in soli cinque anni, più di 1,4 milioni di vittime (morti e feriti), cui occorre aggiungere più di 14 milioni di rifugiati.

    Certamente, prima di questi avvenimenti, i paesi arabi erano in una vera situazione di decrepitezza: assenza di alternanza politica, forte disoccupazione, democrazia embrionaria, bassi livelli di vita, diritti fondamentali violati, assenza di libertà di espressione, corruzione a tutti i livelli, favoritismi, fuga dei cervelli, ecc.

    I manifestanti che hanno paralizzato le città arabe e che hanno sbullonato i vecchi autocrati arabi, seduti sulle loro poltrone di potere da decenni, hanno rappresentato una generazione piena di forza e di speranze.

    Una gioventù istruita, che aveva dimestichezza con le tecniche della resistenza non violenta e i suoi slogan efficaci.

    Una gioventù ferrata nelle nuove tecnologie, i cui leader sono stati individuati, formati, messi in rete e sostenuti dai giganti statunitensi del Net, attraverso organizzazioni statunitensi come l’AYM (Alliance of Youth Movements).

    Ma, proprio come gli attivisti delle rivoluzioni colorate, i cyber-dissidenti arabi erano preparati solo per decapitare i regimi. Essi non sapevano assolutamente che cosa fare dopo, quando gli autocrati sono stati scacciati e il potere diventava vacante. Non avevano alcuna attitudine politica per guidare la transizione democratica che dovrebbe seguire una rivoluzione.

    Quindi, quando il ruolo assegnato ai cyber-attivisti si esaurisce, sono le forze politiche già attive ad occupare il vuoto creato dalla dissoluzione del vecchio establishment. Nel caso della Tunisia e dell’Egitto, sono stati i movimenti islamisti ad approfittare in un primo tempo della situazione, evidentemente aiutati dai loro alleati, come gli Stati Uniti, alcuni paesi occidentali ed arabi, e dalla Turchia, che doveva fungere da modello.

    Inoltre, non è’ un caso che nessuna monarchia araba sia stata toccata da questo tsunami “primaverile”, come se questi paesi fossero dei santuari della democrazia, della libertà e dei diritti dell’uomo.

    L’unico tentativo di sollevazione anti-monarchica, quello del Bahrein, è stato represso con violenza, con la collaborazione militare del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), con il silenzio complice dei media mainstream e la connivenza dei politici, al contrario tanto loquaci quando simili vicende hanno riguardato repubbliche arabe.

    Circa il ruolo da loro assolto è chiaro che non sono stati gli Stati Uniti a provocare la “primavera” araba.

    Come già spiegato, la situazione politica e socioeconomica dei paesi arabi costituiva un terreno fertile alla dissidenza e alla rivolta. Però l’ingerenza statunitense in questo processo non è stata irrilevante.

    Il ruolo fondamentale svolto dalle organizzazioni specializzate nella “esportazione” della democrazia e nella maggior parte dei casi sovvenzionate dal governo USA, i corsi di formazione teorica e pratica  alla resistenza non violenta dispensati da CANVAS (Center for Applied Non Violent Action and Strategies), con alla base le tecniche teorizzate dal filosofo statunitense Gene Sharp; la costituzione di una “lega araba del Net”, capace di utilizzare le nuove tecnologie; l’elaborazione di strumenti di navigazione anonimi, distribuiti gratuitamente ai cyber-attivisti; la stretta collaborazione tra i cyber-dissidenti e le ambasciate statunitensi nei paesi arabi; l’importanza delle somme investite; l’impegno militare e le mosse diplomatiche di alto livello lo confermano. E siccome la politica estera degli Stati Uniti non è mai stata un modello di filantropia, occorre arrendersi all’evidenza che gli Statunitensi hanno fortemente influenzato il corso degli avvenimenti. Senza dimenticare che tutte queste attività sono state avviate anni prima dell’avvio della “primavera” araba.

    Maggio 2016

     

    Ascolta gli audio:
    1-PRIMAVERE ARABE
    2-PRIMAVERE ARABE
    3-PRIMAVERE ARABE
    4-PRIMAVERE ARABE
    5-PRIMAVERE ARABE
    6-PRIMAVERE ARABE