Parlare con loro, non di loro

    Immigrati. Con un unico termine ci illudiamo di riuscire a definire un intero gruppo, di cui ignoriamo i singoli che lo compongono, troppo concentrati su quell’unico elemento che li accomuna: il fatto di aver lasciato il loro Paese in cerca di un futuro forse non sempre migliore, ma certamente diverso. Abbiamo la presunzione di conoscerli, gli immigrati, perché in fondo sono tutti uguali, quindi non serve perdere tempo nel cercare di comprendere e a volte di giustificare certi loro comportamenti, tanto «la televisione ha detto che» e sarà sicuramente vero.
    Il CESPI, un po’ controcorrente rispetto al senso più comune e in sintonia con altre esperienze fortunatamente già attive, ha ritenuto che fosse giunto il momento di non parlare solo di loro, ma di iniziare a parlare con loro. Con questa convinzione nasce il corso “Italiano per stranieri” organizzato e condotto da volontari del Cespi presso la sede stessa del Cespi. Da fine ottobre circa 50 immigrati di diverse nazionalità frequentano i corsi, cercando di apprendere i primi elementi della lingua italiana e acquisire lo strumento essenziale per dialogare, incontrare, lavorare, crescere consapevoli nella nuova realtà in cui devono vivere.
    Ecco che quella massa indistinta di individui ha iniziato a prendere forma, a mostrare la sua varietà nelle provenienze, nelle esperienze di vita, nei modi di pensare. L’immigrato è il ragazzo laureato in lettere e quasi insegnante nel suo Paese, che in Italia si guadagna da vivere facendo le pulizie e a cui forse viene da sorridere quando lo si accusa di «rubare il lavoro agli italiani», quel lavoro che svolge con dignità, ma che ogni giorno gli ricorda che in qualche modo ha fallito nel suo progetto di vita. L’immigrato è l’uomo che si vergogna di dire che è separato, mentre la nostra classe dirigente che pubblicamente si prodiga in affermazioni sull’importanza della famiglia, nel privato si scopre essere pluridivorziata o dalle dubbie abitudini sessuali. L’immigrata è la donna adulta analfabeta che, nell’imbarazzo generale di fronte ad altri adulti che non conosce, si sforza di leggere segni per lei estranei, è la signora che mi guarda sperduta mentre le parlo e che mi ricorda tanto lo sguardo di mia mamma all’aeroporto di Londra, mentre l’ufficiale le chiedeva in una lingua a lei sconosciuta di porgergli un’identity card, rifiutandosi di farla passare.
    E così, nel nostro tentativo di offrire un servizio a questi nostri “vicini di casa”, come altre associazioni sestesi fanno già da tempo, abbiamo riscoperto il piacere della reciproca conoscenza e del confronto con l’altro. All’appagamento dato dal sapere che ci stiamo rendendo utili, si aggiunge la soddisfazione in quanto insegnanti. Molti di noi sono infatti docenti in pensione, abituati ad avere di fronte ragazzi svogliati e annoiati dalle lezioni. La motivazione di questi studenti invece ci stupisce continuamente, al punto che viene da chiedersi se la trasmissione di conoscenze sia davvero a senso unico o se, al contrario, in fondo siamo noi a beneficiarne di più sul piano umano.

    Giuseppe Blanco – Arianna Goriziano