Familie, pamilya, famiglia

Familie, pamilya, famiglia

    Dacian, Sarah, Ayra e Michele
    ci insegnano che l’integrazione è un gioco da bambini

    di Michele Foggetta

    Il parco è quello del Cereda, tra via Rovani e via Bandiera, a due passi da piazza IV Novembre, a Sesto San GIovanni.  I bambini più grandi stanno in fondo, dove trasformano lo scivolo in una casa e se stessi in una famiglia. Mi piace guardarli mentre contrattano il ruolo che avranno in quella stupenda finzione che è il gioco; il più grosso non può che essere il papà, quello che il più delle volte vedi camminare un po’ a caso per il parco perchè la mamma, quella che regge davvero il gioco (da bambini come da grandi), ha sussurrato le fatidiche parole “tu adesso andavi a lavorare”.

    Quelli che impersonano i figli di solito si divertono di più: solitamente sono due (l’ottimismo dei bambini non fa pensare loro quanto oggi la presenza di ben DUE bambini in casa possa essere un ostacolo alla carriera della mamma o un grattacapo per i conti del papà), un maschio e una femmina, perchè anche queste nuove generazioni son cresciute all’ombra del Mulino Bianco. Si divertono di più perchè, mentre ‘mamma’ e ‘papà’ si sentono investiti dalle responsabilità dei loro ruoli, a loro è concesso fare tutto quello che effettivamente vogliono.

    Alle volte qualche mamma prende eccessivamente sul serio la parte che sta recitando e tra un cucinare e un riordinare la casa si lancia in incredibili sgridate ai più piccoli, ma anche questo ci sta. Al limite se il ‘figlio’ si spazientisce lascia il gioco e si lancia sull’altalena, ma questo succede di rado perché i figli maschi, in particolare, trovano gusto nell’esasperare i propri genitori occasionali.

    Abbiamo giocato tutti a questo gioco, ciò che qui lo rende più bello e nuovo sono i nomi dei bambini: Dacian, rumeno, è il papà che cammina tirando calci ai sassi, aspettando di poter tornare a casa dal lavoro; Sarah, egiziana, cucina sotto lo scivolo lanciando occhiate ai più piccoli per controllarli. Poi ci sono Ayra, filippina, e Michele, mio omonimo e mio conterraneo pugliese, che corrono nel ‘giardino di casa’. Certo il ‘gioco della famiglia’ si ostina ad essere comunque un incredibile ricettacolo di stereotipi di genere ma, nell’ottica dei piccoli passi, il superamento delle frontiere dettate dalla provenienza e dal colore risulta essere qualcosa di davvero significativo.

    Io continuo a spingere Anja che, nonostante il nome, è un’italianissima biondina di poco più di due anni con la pelle che profuma dello stesso odore degli scolaretti che mi chiamavano maestro in Etiopia. Vedo le mamme di questi bambini ancora sedute su panchine diverse: quelle col velo, quelle rumorosissime dell’est Europa, quelle piccole e timide con gli occhi a mandorla, ma so per certo che tra qualche decina d’anni, anche grazie al ‘gioco della famiglia’, le panchine saranno più vicine di quanto non lo siano mai state e, forse, vivremo in un paese migliore.

    L’integrazione ha il profumo di un parco e la voce di bambini che giocano