Appunti per una Palestina diversa

Appunti per una Palestina diversa

    Appunti 1 / Luce e ombra

    di Stefano Tresoldi


    Domenica 27 marzo, il cielo è limpido e il verde intenso questa mattina, il sole di primavera spinge forte la vita e i colori qui in alta Galilea. Il kibbutz di Sasa sta in cima ad una collina a due passi dal confine con il Libano: scendi dalla collina, attraversi la strada, risali la collina di fronte e sei in Libano. Se non ci fosse il confine. Il kibbutz di Sasa venne fondato nel gennaio del 1949 da un gruppo di ebrei americani, sulle rovine di quello che era il villaggio arabo di Sa’sa. Sa’sa, come Iqrit, come Bir’am, come tanti altri villaggi arabi, distrutti o spopolati dall’esercito israeliano durante la guerra di liberazione, nel 1948. Un’ombra persistente questa, che ci seguirà spesso nei nostri giorni in Galilea.

    Ma oggi siamo a Sasa per incontrare Angelica, ebrea di Roma che vive nel kibbutz da oltre trent’anni. Angelica Edna Calò Livne è la responsabile del settore educazione del Kibbutz. Da una sua idea è nato il Teatron Keshet, il Teatro dell’Arcobaleno, dove recita una compagnia di ragazzi arabi ed ebrei, cristiani e mussulmani, drusi e circassi provenienti dai villaggi circostanti. beresheet_sermigkama_small21Ci spiega come il progetto è nato nel 2002, in piena intifada, dall’esigenza di trovare una via per reagire al grigio fatalismo per cui la guerra e il terrorismo sono l’unica relazione possibile tra Israele e Palestina, per provare a dimostrare che ebrei ed arabi, cristiani o mussulmani, che persone diverse possono vivere insieme. Nel 2004 nasce poi la fondazione Beresheet LaShalom, Un inizio per la pace, con l’obiettivo di “insegnare l’accoglienza e il rispetto reciproco attraverso la lingua universale delle Arti, come strumento di dialogo”. Ci racconta come, con il tempo, accanto al teatro hanno preso vita altri progetti come un programma radio condotto da ragazzi arabi ed ebrei e trasmesso anche da Gerusalemme e Ramallah. O come Bread for peace, una giornata del pane per la pace: il primo giugno 2005 cinquanta donne israeliane incontrano davanti al forno di Samar Sahhar, a Betania, Palestina, altre cinquanta donne palestinesi per cuocere e dividere insieme il pane. Ci spiega che un giorno hanno deciso di fare un piccolo passo avanti e dal teatro “misto” passare ad un teatro comunitario in cui giovani volontari di provenienza, culture e religioni diverse vivranno insieme portando avanti attività educative per un anno, prima dei tre anni di servizio militare obbligatorio. Ci dice che la settimana prossima i volontari parteciperanno al Festival Nazionale di Teatro Giovanile e porteranno in scena Le avventure di Pinocchio, a Tel Aviv…

    Domenica 3 aprile, Bat Yam è un sobborgo di Tel Aviv, una città che prolunga la metropoli verso sud lungo il mare. Bat Yam è spiagge affollate d’estate, fabbriche e palazzi. È immigrazione e povertà, problemi d’integrazione e convivenza. È qui che si svolge il festival, una maratona teatrale di due giorni in cui compagnie di ragazzi da tutta Israele portano in scena i loro spettacoli. Ed è nell’auditorium di Bat Yam che i ragazzi di Beresheet mettono in scena Pinocchio, davanti ad alcune classi di bambini, quarta elementare. Prima di cominciare Angelica spiega ai bambini che lo spettacolo sarà narrato in due lingue, ebreo e arabo. La reazione non è delle migliori, una bambina in prima fila, mani a coprire il viso, mormora, Oh no… l’arabo è una lingua altra, è la lingua degli altri e lo sanno anche i bambini. Ma il teatro è una macchina magica e gli attori trascinano i bambini lontano da Bat Yam, nel mondo di Pinocchio che da burattino di legno si trasforma in bambino. Li portano così lontano che lo spettacolo finisce con i bambini sul palco a ballare e giocare con gli attori, senza più chiedersi chi è arabo, chi è ebreo.

     

    vittorio-arrigoni-11 Venerdì 15 aprile, oggi hanno ucciso Vittorio Arrigoni (nella foto a lato e sopra). Era a Gaza come volontario per l’International Solidarity Movement. Organizzava forme di resistenza non violenta all’occupazione e al controllo israeliano sui territori. Scortava i contadini sui loro campi vicino al confine per far da scudo umano ai proiettili dei soldati israeliani che presidiano il confine e che hanno l’ordine di sparare a vista ai palestinesi che si avvicinano troppo, anche solo per coltivare la propria terra. Accompagnava i pescatori in mare per condividere le difficoltà di pescare in un fazzoletto d’acqua troppo misero, presidiato dalla marina israeliana. Era sulle ambulanze che raccoglievano morti e feriti tra le macerie di Gaza, mentre l’esercito israeliano bombardava, durante l’operazione piombo fuso, nell’inverno del 2008. Ma non solo questo, perché Vittorio raccontava. Non era un giornalista, ma faceva quello che molti giornalisti non fanno. Stava in prima linea e raccontava quello che vedeva. Forse non era pienamente obiettivo perché restava con gli ultimi e ne prendeva le parti. Non faceva analisi politiche accurate ma condivideva e raccontava la sofferenza. Per questo il suo blog e i suoi articoli erano un pungo allo stomaco. Ma per noi in qualche modo legati a questa terra di contraddizioni erano anche uno spiraglio di luce nel mare dell’informazione che impedivano al buio di calare su quanto quotidianamente succede qui. Scrivere che lascia un gran vuoto è quasi banale. Ma in questa giornata così piena di sole e di luce qui a Gerusalemme, allo stesso tempo così nera, così irreale, s’intrecciano troppe parole e pensieri. Riemergono esperienze, sensazioni e volti raccolti finora, tornano i ragazzi di Bat Yam e Beresheet, la voce di Alexandra, otto anni, che dal palco dice: “Non importa chi siete e da dove venite, l’importante è che siamo tutti esseri umani”. Allora raccolgo qualche piccola speranza e ripenso alle parole di Angelica, dopo lo spettacolo: «Allora torna veramente la storia di quell’uccellino steso sul dorso lungo la strada e un passante gli chiede, “Perché stai così?” E quello: “sto cercando di salvare il mondo perché Dio vuole scaraventare il cielo sulla terra”. “E tu un uccellino così piccolo vuoi salvare il mondo?”. L’uccellino rispose: “Io sto facendo del mio meglio!”…quei bambini di oggi sono il nostro meglio, poi piano piano…qualcosa succederà».

    (Stefano Tresoldi è un collaboratore del CESPI. Attualmente si trova a Betlemme per uno stage giornalistico a Telepace. )
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    Appunti 2 / Un ponte per Betlemme

    dalla Palestina Patrizia Minella, direttrice del CESPI, manda un articolo collettivo dei partecipanti al viaggio (www.bocchescucite.org)


    Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Che cosa vedi, Geremia?”
    Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo”. ( Ger 1, 11 )

    immagine-pat21I piccoli sono usciti di corsa dalle poverissime tende dell’accampamento del villaggio che i soldati anche ieri sera hanno “visitato” con l’ennesimo ordine di demolizione: la tenda della scuola va smantellata. Stamattina però la Valle del Giordano, fertilissima porzione della Palestina ormai quasi totalmente sottratta al suo popolo, non ha udito assordanti rumori di ruspe, ma la musica dolce e calda della nostra “band” dei The Sun, giovani musicisti che si preparano per il grande concerto internazionale per la pace del 1° marzo a Betlemme. In una realtà segnata da innumerevoli soprusi che rendono impossibile la vita alle migliaia di beduini della valle, qui, dove si sequestrano non solo l’acqua ma anche le coltivazioni, le case, il movimento e la vita stessa, è da anni fiorito il ramo di mandorlo della solidarietà internazionale alla resistenza nonviolenta della popolazione.
    Cancellare la memoria è forse peggio che negare l’identità. Se hai un passaporto israeliano puoi girare dove vuoi. Ma se hai carta d’identità blu o verde, devi chiedere il permesso per muoverti tra un muro ed un check-point o sappi che dovrai rimanere come un ospite in quella che invece è la tua terra. Se oltre a te cancellano anche la tua storia, allora è diverso.

    immagine-pat-31Emmaus, il villaggio meta del percorso dei due discepoli che incontrano Gesù. Emmaus, la città di mille catechesi e riflessioni. Arrivarci è un’emozione, ma sapere che al posto delle sue rovine hanno costruito un parco per divertimenti e pic-nic, è un pugno nello stomaco! Non basta distruggere villaggi, sminuire tradizioni, umiliare vite umane. Bisogna nascondere la sua storia, tacerne l’esistenza, rimuoverne il ricordo! Benvenuti a Canada Park! Ma anche in questa realtà ecco l’ostinazione del mandorlo: le donne e gli uomini israeliani di Zochrot che non si stancano di ricordare, con i loro cartelli puntualmente divelti, la vera storia di questi villaggi distrutti quarant’anni fa.

    Shariq (Partecipazione) è il motto dei giovani palestinesi del villaggio cristiano di Taybeth, che devono affrontare le conseguenze dell’occupazione militare israeliana non solo per la presenza fisica dei soldati ma anche in ogni aspetto della quotidianità. Ciò va dalle limitazioni nella scelta delle facoltà al basso numero degli studenti palestinesi ammessi in esse, con discutibilicriteri. Tanto che spesso sono costretti ad andare a studiare all’estero. E Abuna Raed, il vulcanico parroco di Taybeth, sembra anticipare la primavera che fa fiorire questi rami di mandorlo.

    E come non ricordare il nostro arrivo a Tel Aviv. Aeroporto di ultima generazione: spazioso, luminoso, rumori d’acqua e parole sommesse di corpi che si accalcano ai controlli. Sportello per israeliani, sportello per stranieri. I palestinesi non appartengono a queste categorie. Per loro c’è altro. Apartheid, un termine ormai caduto in disuso, ma qui realtà quotidiana. Lungo le strade è facile coglierla con lo sguardo: di qua piantagioni estese di banani, fiori, agrumi, prodotti orticoli, quasi un paradiso terrestre. Sulla sponda opposta aridità, corsi d’acqua ridotti a rigagnoli, sorgenti dove l’acqua è presa, incanalata, resa irraggiungibile da recinzioni, blocchi insuperabili e dirottata verso gli insediamenti israeliani. Ai palestinesi che portano avanti con caparbietà la lotta per l’esistenza è negato un diritto fondamentale: il ramo di Fatih (leader di Jordan Valley Solidarity Movement) sembra inaridirsi, ma ci sono ancora gemme.

    immagine-pat-43Sulla destra il check-point di Tuba nella valle del Giordano, prima e dopo tanti pesanti minacciosi blocchi di cemento. Lungo la strada recitano “Danger – zona di fuoco dell’esercito israeliano” e ti fanno pigiare il piede sull’acceleratore scrutando con sospetto il profilo delle colline sovrastanti. In mezzo una terra sempre più rubata dall’avanzare della colonizzazione. Ma anche qui, in questa inesorabile avanzata di insediamenti, rapina di risorse, c’è un ramo di mandorlo: è un mandorlo francese che per scelta s’è trapiantato qui. Si chiama Lorraine e ha gli occhi azzurri che vedono lontano. Fa parte del Jordan Valley Solidarity (www.jordanvalleysolidarity.org) che lotta da anni per la salvaguardia dell’eredità palestinese: ricostruire dopo la distruzione e farlo come vuole la tradizione di queste terre di Palestina, promuovere la cultura attraverso la realizzazione di scuole. Questo è il profumo del mandorlo: perché se c’è scuola, potranno esserci altri mandorli che fioriranno…

    Il Signore aggiunse: “Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla”. ( Ger 1, 12 )