Nuovi “Ulisse” nel mondo globale

Nuovi “Ulisse” nel mondo globale

    Pubblichiamo stralci di interviste a migranti realizzate dal CESPI nel 2010. Fanno parte del nuovo lavoro di ricerca sui migranti a Sesto San Giovanni, attualmente in fase di costruzione, che verrà presentata a fine anno.

    Il CESPI aveva già realizzato nel 2007 un’indagine sui migranti senza permesso di soggiorno a Sesto S. Giovanni. Si trattava di uno studio prevalentemente quantitativo, mirante a mettere in luce i punti nodali della vita di un migrante: nazionalità, sesso, età, scuola, lavoro, progetto migratorio, dati che avevano permesso di tracciare un’ immagine obiettiva di un gruppo di nuovi sestesi poco conosciuto perché sotto il velo della cosiddetta clandestinità; un certo numero di racconti biografici di migranti mirava a chiarire e a rendere meno aridi i numeri riportati.

    In questo secondo lavoro il CESPI ha ribaltato la prospettiva. Nucleo centrale sono le storie di uomini e donne che si raccontano nelle interviste, indipendentemente dallo status di migranti regolarmente o irregolarmente soggiornanti. L’obiettivo è quello di riportare narrazioni così come ci sono state raccontate, cercando di mantenere, adattandola alla parola scritta, la spontaneità del racconto orale. Non più ricerca numerica, ma ricerca narrativa.

    La rilettura delle interviste ci ha permesso di rilevare i nuclei tematici emergenti: la motivazione ad abbandonare il luogo dove si è nati e vissuti, la famiglia, gli amici, gli affetti; uno spazio peculiare è stato riservato al viaggio, alle relazioni con gli italiani e con i connazionali, al lavoro, all’abitare. (Si è preferito usare il sostantivo verbale “l’abitare”, perché per moltissimi di loro non si poteva, né si può certo parlare di “casa”, come luogo dove intimità e privatezza alimentano affetti e relazioni amicali). Tutto questo costituisce il senso del vivere in un paese straniero e il livello di integrazione raggiunto.

    Ci è sembrato utile riportare qui gli stralci di alcune interviste privilegiando il tema del viaggio, perché molto attuale in questo periodo di “sbarchi”. Le storie raccontate sono importanti perché ci consentono di conoscere più da vicino questi nuovi concittadini, che spesso costringiamo in una serie di stereotipi aggrappandoci a definizioni che si nutrono di luoghi comuni. Spesso siamo noi che decidiamo come queste persone devono essere, per calmare le nostre ansie o per giustificare i nostri pregiudizi, positivi o negativi che siano.

    Il viaggio è momento importante della storia dei migranti. E’ il primo impatto con le difficoltà che dovranno affrontare decidendo di lasciare il loro paese. Nelle narrazioni i protagonisti rievocano i percorsi tortuosi e pieni di rischi, il doversi affidare a trafficanti di esseri umani per superare norme e leggi fatte apposta per negare, secondo quanto recita l’art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il “diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese”.

    Ci descrivono enormi difficoltà, ma anche la determinazione dei migranti nel perseguire il proprio progetto di vita. Non tutti i racconti del viaggio sono caratterizzati da toni drammatici. Alcuni sono connotati da una insospettabile ironia; nel raccontarle le situazioni si allontanano e si sdrammatizzano. Altri invece sono testimonianze dolorose di situazioni di sfruttamento e di schiavitù, simili a quelle restituiteci dalla cronaca di tutti i giorni. Il viaggio del migrante diventa esperienza umana, è momento di conoscenza di sé e degli altri, misura delle proprie forze e della propria capacità di migliorare la propria condizione umana, primo contatto con una realtà nuova, spesso ostile, che per la maggioranza di loro sarà elemento costante e costitutivo della vita successiva. L’esperienza del viaggio segna in profondità la vita di queste persone. Il senso del viaggio così vissuto affonda in definitiva le proprie radici nel mito e fa del migrante il nuovo Ulisse dei nostri giorni.

    Aldo Silvani

    Il viaggio di Adil- marocchino

    Tre anni fa ho deciso di venire in Italia. In Italia viveva già da molti anni mio fratello, che ha ottenuto qualche anno fa il permesso di soggiorno con la sanatoria.

    Io non ho il permesso di soggiorno. Ora lavoro come badante da una signora anziana.

    Sono arrivato in Italia via mare.

    E’ stato molto difficile venire via dal Marocco. Già da quando avevo 22 anni ho cominciato a tentare di lasciare il mio paese. Molte volte ho tentato di ottenere il visto (“la visa”) per andare in Francia. Avevo preparato tutti i documenti. Dopo la presentazione dei documenti bisogna aspettare 24 ore per avere la risposta. Ma mi hanno sempre rifiutato la “visa”. Non basta avere il passaporto per andare in Francia. Bisogna avere anche il visto. Molti partono da Agadir e vanno in Francia. Io non sono mai riuscito ad avere la “visa”. Allora sono andato in Tunisia, a Tunisi, in aereo. Da lì volevo partire per l’Italia. In Tunisia ho lavorato 2 mesi come muratore. Ma anche da lì non è stato possibile partire per l’Italia. Dalla Tunisia sono andato in Libia. In Libia ho fatto vari lavori, ma non mi pagavano, o mi pagavano pochissimo. Sono stato male in Libia, peggio che in Marocco e in Tunisia. Abitavo dove capitava; spesso dormivo all’aperto. Dopo tre mesi mi sono imbarcato per l’Italia su una barca di plastica. Eravamo in 46. Siamo arrivati in un posto, Lampedusa mi pare, dopo 33 ore. Il viaggio è stato terribile. Me lo ricordo sempre. Ho ancora adesso degli incubi di notte. Il mare era in tempesta e c’erano onde altissime. Non avevo mai visto un mare così. Avevamo tutti paura. Nella barca entrava acqua. Pensavamo di morire. Per la traversata ho pagato 2000 euro. Appena arrivati a Lampedusa, ci hanno portato nel Centro di detenzione. Sono rimasto nel centro di Lampedusa 6 giorni. Da Lampedusa, in aereo, ci hanno portati in un altro Centro, in una località che non conosco. Da lì sono scappato e, in treno, sono arrivato a Reggio Calabria, dove sono stato ospitato da un amico di mio fratello che vive lì. Mio fratello adesso vive qui a Sesto, ma quando è arrivato in Italia ha vissuto per un po’ di tempo a Reggio Calabria. A Reggio mi sono fermato 15 giorni e poi sono partito per Milano per raggiungere mio fratello. Sono arrivato a Milano 6 mesi dopo avere lasciato Agadir.

    Il viaggio di Marion.Nigeriana

    Mi chiamo Marion, ho 24 anni, sono nigeriana. Sono partita nel 2006, quando avevo 19 anni.

    Non conosco mia mamma e mio papà è morto quando avevo 13 anni, avevo solo uno zio.

    Qualcuno mi ha portato qua, un magnaccia. Mi aveva promesso che avrei fatto una vita bella, avrei lavorato e studiato e che non avrei più sofferto come al mio paese. Anche lui era nigeriano come me. Invece ho dovuto lavorare in strada, a Torino. Non conoscevo la donna che mi aspettava qui, suo fratello dalla Nigeria fa da connessione. Poi ci sono altre persone che fanno i passaporti a Lagos per arrivare in Marocco.

    Dalla Nigeria al Marocco abbiamo viaggiato in strada. Mi dicevano sempre che bisognava aspettare per il mare e che dovevano pagare qualcuno in Marocco, così sono rimasta un anno a Tangeri. Lì ho conosciuto un ragazzo nigeriano, Esha, non parlavamo la stessa lingua perché siamo di posti diversi. I magnaccia mi avevano detto che non dovevo uscire con uomini. Io sono uscita con Esha perché ero innamorata. In Marocco ci sono tanti del mio colore che stanno nei campi, aspettando di arrivare in Europa.

    Io ero rimasta incinta di Ehsa ma non l’ho detto a loro perché mi vergognavo, sapevo che si sarebbero arrabbiati e mi avrebbero detto: “Tu sei venuta qua per studiare e adesso sei incinta!”. Avevo paura di non arrivare in Europa dicendoglielo, io volevo venire qua. Mi hanno portata in Spagna, a Tenerife, siamo arrivati in barca dal mare. Dopo un po’ ho cominciato a vomitare, non stavo bene e la madame (magnaccia) ha capito che ero incinta. Subito mi ha detto: “Come fai a pagarmi i soldi? Io ho usato i soldi per portarti qui e tu sei incinta!” poi mi ha fatto vedere il lavoro che dovevo fare, in strada: voleva 45 mila euro. Ho cominciato a lavorare, come ho fatto anche dopo in Italia, non era come dicevano loro, erano tutti bugiardi, hai capito?

    Mi chiedevano dove fosse il papà del bambino, io non lo sapevo e lei mi diceva che mio figlio era bastardo, così mi ha dato una medicina per abortire ma ero già incinta di 7 mesi. Non ho perso il bambino e sono stata male. Hanno chiamato un’ambulanza e ho partorito in ospedale.

    Il bambino però era prematuro e doveva rimanere in ospedale, la madame mi diceva di non preoccuparmi, che avrei visto mio figlio ogni tanto, così sono tornata a casa lasciando il bambino.

    Due giorni dopo sono venuta subito qui per lavorare e quando ho chiesto alla madame del mio bambino lei mi ha detto che prima dovevo pagare i miei soldi e poi avrei avuto mio figlio.

    Da Tenerife ho preso l’aereo fino a Murcia, in Spagna, e da lì il treno per l’Italia. Sono scesa a Torino Porta Susa.

    Placida – peruviana

    Venire in Italia dal Perù non è stato facile. Fino al 1987 era facile espatriare. Si poteva venire in Italia liberamente. E in quel periodo molti sono arrivati qui. Adesso è difficile ottenere il visto. Una amica mi raccontava che suo figlio, da molti anni emigrato in Italia, le diceva che a Milano c’era una grande piazza, piazza Duomo, dove tutti gli stranieri stavano seduti sui gradini della chiesa e che gli italiani li avvicinavano e offrivano loro il lavoro. Quando sono arrivata a Milano mi sono resa conto che era vero che gli stranieri stanno seduti sui gradini del Duomo; ma nessuno si avvicina per offrire loro un lavoro.

    Ho fatto fatica a trovare i soldi per pagarmi l’aereo e per tutte le altre spese necessarie per venire in Italia. Io però volevo proprio venire in Italia perché già qui vivevano due dei miei tre figli. Ho sempre amato l’Italia. Sai che i miei tre figli hanno nomi italiani? Paola, Piero e Bruno. Nel 2006, quando mio figlio mi ha comunicato che voleva sposarsi, mi sono rivolta agli uffici per avere tutti i documenti necessari per ottenere il permesso di espatriare. I documenti però non erano mai a posto. Mancava sempre qualcosa. Ho dovuto ritornare più e più volte, e tutte le volte dovevo pagare 1000 dollari. C’era sempre qualcosa che non andava bene. Io credo che facevano apposta per prendermi soldi. Mi sono persino rivolta, seguendo il consiglio di conoscenti, ad un prete spagnolo, padre Rodriguez, esperto in queste pratiche perché organizza pellegrinaggi all’estero, perché mi aiutasse. Ho dovuto pagare al prete 500 dollari. Ma anche questo non è servito. Alla fine un’amica mi ha fatto conoscere una persona che organizza i viaggi degli emigranti. “El pasador”, così si chiama da noi questa persona; per 5000 dollari mi ha portato da Lima in Bolivia, perché da lì è più facile emigrare. In Bolivia mi hanno tenuto 3 mesi. In questi 3 mesi ho vissuto in albergo. Questi tre mesi sono stati per me difficilissimi. Mi sono ammalata per lo stress e son dovuta andare varie volte in ospedale. Dalla Bolivia sono passata in Brasile, dove sono rimasta una settimana, e dal Brasile sono poi partita per l’Italia. Complessivamente il viaggio mi è costato 6000 dollari. Io penso di essere stata nelle mani di ladri. E questo succede perché in Perù è difficilissimo ottenere il permesso di venire in Italia. Per ottenere il visto turistico bisogna dimostrare di avere un sacco di soldi, di avere un lavoro e una casa. Pochissimi possono dimostrarlo. “El pasador” si è incaricato di farmi avere tutti i documenti, ovviamente falsi. In Bolivia mi hanno fatto avere un passaporto boliviano, con il quale sono arrivata in Italia. Il passaporto era vero, ma mi hanno fatto passare come boliviana. Per arrivare da Lima a Milano ci sono voluti 3 mesi e 23 giorni. Ci mettevo meno con l’asino. Ora ho un regolare passaporto peruviano.

    Ahmed – egiziano

    Io ho sempre lavorato sotto casa, vicino, così…però era un lavorare per fare un po’ di spesa quando esci, qualche vestito, ma mettere qualcosa da parte per futuro non si può. Poi nel 2002 c’era una sanatoria qua in Italia, per immigrati…questa è la storia no? Allora hanno cominciato ad arrivare tanti, tanti, tanti perché c’era già la sanatoria, quindi chi arrivava in quel periodo lì aveva la possibilità di avere il permesso di soggiorno. Quindi sono arrivati in tanti attraverso il mare, dalla Libia, con i barconi…sono venuti tanti dei miei amici, compagni. Io avevo già il lavoro e ho lavorato fino all’ultimo giorno prima di venire qua. Lavoravo come commesso, la scuola l’avevo già lasciata perché non mi davano niente. Studiavo da insegnante. A me piace fare l’insegnante ma se non mi danno niente, come fai? Come insegnante, badare a bambini che sono vestiti meglio di te , sempre con la stessa camicia…é un po’ difficile.

    Poi ho visto che tanti dei miei amici venivano qua. E allora mi sono detto: vado anch’io! E’ difficile lasciare cultura, ambiente, amici, però se sto così tutta la vita non posso fare niente. Quindi ho voluto provare: volevo venire anche con i barconi attraverso il mare, dalla Libia, però il mio papà ha rifiutato, ha detto che m’aiutava a trovare un visto per farmi arrivare come turista con l’aereo, pagando un po’ di più perché costava tanto, anche perché non era un visto, diciamo, regolare al cento per cento. Venire via mare costa molto, molto meno, ma è più rischioso, soprattutto. Però via mare arrivi subito, invece il visto lo aspetti anche un anno. Tu dai il passaporto a qualcuno e aspetti. Posso chiamarla anche mafia, magari non è così però non è molto legale. Loro prendono i soldi, poi dopo un mese, due mesi, un anno, ti danno il passaporto con un timbro per arrivare in Europa

    Io sono arrivato nel 2003, perché c’è voluto un po’ di tempo. Sono arrivato con l’aereo in un paese vicino , non in Italia direttamente, ma in un altro paese europeo. Non so se si può dire, comunque un paese vicino. Austria? Era lì…sono arrivato lì e da lì sono venuto con un altro signore che ha preso 300 euro per portarmi qua con la macchina, perché io ero già europeo, già in Europa. Sono arrivato in Austria perché avevo un visto per l’Austria. Non avevo un visto per l’Italia, Però sono scappato, clandestinamente, poi sono arrivato qua con la macchina con questo signore, senza nessun problema, tutto tranquillo. Mi ha lasciato a Milano in viale Zara, al McDonald’s, quello che c’era una volta, adesso non c’è più. Tutte le volte che passo di lì guardo, mi ricordo quando sono arrivato…sul lato dove c’è il benzinaio, per andare in piazza Maciachini.

    Tatiana – ucraina

    Il viaggio è stato terribile: sono partita da sola, con un pullman, ma sono rimasta tre giorni ferma vicino alla frontiera tra Ungheria ed Austria perché il pulmino non aveva via libera per passare, sai eravamo tutti clandestini, in nero. Di notte c’era un alloggio dove dormire, ma di giorno ti sbattevano fuori e stavi in strada, in balia di tutti. Dopo il passaggio in Austria è andato tutto liscio, ho pagato per questo viaggio quasi 2000 euro, ora ne pagano 500. Se tu sei in regola e prendi un pullman dei nostri non arrivi a pagare 100 euro per tornare a casa. Partono il sabato mezzogiorno da Milano ed arrivano la domenica sempre a mezzogiorno. Quando sono arrivata qui vivevo a Cinisello da una ragazza della mia città: sono stata tre mesi senza lavoro e piangevo sempre, tutto il giorno, pensando alla bambina piccola che avevo lasciato con mia madre. La bambina di sette anni ce l’avevo sempre davanti agli occhi perché era piccola per stare senza mamma . L’altra aveva 14 anni, mia madre allora ne aveva 54, adesso ne ha 59, e la grande ancora studia. Quando mi ha chiesto se poteva iscriversi all’Università le ho detto che finché ci sono io qui lei deve studiare, io faccio di tutto per le mie figlie. A casa sono andata solo una volta, dopo tre anni.