Mass media e libertà d’espressione nella Russia di oggi

Mass media e libertà d’espressione nella Russia di oggi

    Pubblichiamo un dossier a cura di Cristina Carpinelli sul tema “Mass media e libertà d’espressione nella Russia di oggi”

    Leggi l’intero dossier: mass-media-in-russia

    Cristina Carpinelli é esperta di Est Europeo, è autrice di articoli e saggi sui paesi dell’ex-Urss e del blocco socialista. Fa parte del “teaching staff” - ISPI school (professional diploma per operatori economici in Russia) per il modulo formativoObiettivo Russia, i cui promotori ed organizzatori  sono l’Associazione Italia-Russia (Lombardia) e l’ISPI di Milano (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), e del team di esperti del sito americanoAllExpertsper le categorie “Sociology” e “Russia (News and Politics)”. È, inoltre, collaboratrice stabile della Rivista mensile “Noidonne”, per la quale scrive articoli relativi alla dimensione di genere nei paesi dell’Europa orientale (Russia inclusa), e della Rivista trimestrale di politica e cultura (on-line) “Cassandra”.

    Tra le sue pubblicazioni più recenti:Donne e famiglia nella Russia sovietica(Franco Angeli, Milano 1998); Donne e povertà nella Russia di El’cin(Franco Angeli, Milano 2004);La Russia a pezzi(Achab, Verona 2008). In prossima uscitaIl dibattito sul Capitalismo di Stato in URSS .

    Presentazione di sintesi

    La storia dei mass media in Russia è segnata da passaggi importanti connessi alla storia stessa di quel paese. Per tale ragione, nel dossier “Mass media e libertà d’espressione nella Russia di oggi” sono evidenziati alcuni snodi fondamentali a partire dalla dissoluzione dell’Urss che ha rappresentato una svolta-shock per il mondo del giornalismo e, più in generale, dei mass-media. Per più di settant’anni, la funzione dei mezzi d’informazione di massa (SMI – Sredstva Massovoj Informacii) era stata, in Unione Sovietica, di tipo “propagandistico”: infondere negli individui valori, credenze e codici di comportamento tali da rafforzare il consenso e l’appoggio al sistema sovietico.

    Il primo grande momento di svolta per i mass media sovietici si ebbe, tuttavia, ancora prima dell’implosione del paese, e cioè negli anni della perestrojka. Il filosofo Michail Kapustinscrisse che in quegli anni coesistevano più culture nell’Unione Sovietica: quella ufficiale (“la cultura degli automi”), quella dell’opposizione (“i dissidenti”) e la cultura che stava tra queste due, ossia quella che comprendeva la maggior parte delle migliori opere letterarie, musicali ed artistiche. E questo era vero anche per il giornalismo. Nello spazio tra la linea ufficiale perseguita dal giornale di partito Pravda e il samizdat Chronicle of Current Events, s’inserivano i settimanali Literaturnaja gazeta, Junost’, Sovetskaja Rossija e il quotidiano Komsomol’skaja pravda o Komsomolka. Proprio sulle pagine di questi giornali avevano trovato spazio le più eccellenti penne dell’epoca, che avevano educato i loro lettori ad una coscienza civica, facendo appello ad una vita migliore e risvegliando un desiderio di giustizia e di verità che filtrava attraverso un linguaggio alla Esopo.

    Nella Russia post-sovietica, lo sviluppo capitalistico del mercato prese alla sprovvista i mass media. Molte testate giornalistiche e case produttrici radiofoniche e televisive furono costrette a trovare immediatamente degli sponsor per poter sopravvivere. All’inizio del 1991 migliaia di non professionisti si precipitarono nel settore dei mass media, determinando un grave abbassamento del livello professionale dei giornali e delle trasmissioni televisive e radiofoniche. Cominciarono a comparire i primi giornali pornografici e settimanali femminili, che seguivano la tendenza – così definita dagli esperti – del “rinascimento patriarcale post-sovietico”. La stampa occidentale, resa accessibile nella Russia indipendente, catturò una fetta importante del mercato russo. L’“intrattenimento” prese il posto del “popolare”; agli occhi, soprattutto degli editori, “la qualità” perse di valore.

    Molto presto, nella Russia degli anni Novanta, nuove oligarchie s’impossessarono dell’intero universo mediatico. I nuovi padroni russi strutturarono le proprie mega compagnie mediatiche secondo i modelli occidentali di proprietà privata. Dal 1995 il sistema dei mass media fu spartito tra gli Imperi delle oligarchie e rifletté sempre più gli interessi non della società civile russa, bensì di ristrette èlite politiche e economico-finanziarie. Del precedente romanticismo degli anni della perestrojka non rimase più traccia. Per molti giornalisti la professione diventò esclusivamente un affare.

    Con l’arrivo di Putin al potere (2000), il volto della Russia mutò energicamente. Putin avviò il processo di stabilizzazione interna del paese, risollevò le sorti della nazione mettendo fine alla sua disintegrazione e ne costruì una nuova immagine a livello internazionale. I successi del nuovo presidente furono, tuttavia, perseguiti con l’introduzione di condizioni restrittive nel paese: realizzazione di una verticale del potere, instaurazione di una democrazia guidata, limitazione delle libertà politiche, civili e democratiche, nonché di quelle legate ad un’informazione indipendente e libera. I primi anni Duemila di gestione putiniana furono tristemente noti per le “purghe” nei confronti di quei giornalisti non esattamente allineati con il potere. In certi casi, i giornalisti russi furono incarcerati (Boris Stomachin), rapiti dalle forze federali (Andrej Babickij), o finanche assassinati (Anna Politkovskaja). Putin dichiarò guerra soprattutto ai magnati, che si erano abbarbicati a El’cin, colpevoli di aver approfittato dell’ultraliberismo senza regole e contrappesi per appropriarsi della ricchezza pubblica nazionale al fine di costruire i loro assoluti Poteri economici e mediatici. La situazione dei mass-media in questo periodo subì una svolta radicale. Lo Stato s’impossessò approssimativamente dell’80% di tutta la stampa e, di fianco ad esso, le principali protagoniste del mondo dell’editoria diventarono le grandi holding russe della comunicazione, le cui quote azionarie di maggioranza erano pubbliche: “ProfMedia”, “Svjaz’invest” e “Gazprom-Media”. Altre grandi compagnie con stretti legami con il Cremlino s’impadronirono di media e social network, case editrici e società tipografiche. Ci fu, dunque, un ritorno del monopolio statale sull’informazione. Esistevano, tuttavia, migliaia di testate giornalistiche indipendenti nelle diverse regioni della Russia che, al di là delle pressioni politiche ed economiche, riuscivano a dare un’informazione libera. Anche Internet incominciò a svolgere un ruolo importante per la diffusione di notizie alternative a quelle filo-governative. Grazie alle potenzialità della rete, inoltre, furono sempre più presenti forme di giornalismo elettronico/telematico. La crescente ondata di un “nuovo” giornalismo meno asservito al potere, fu una delle cause del giro di vite imposto nel paese con una serie di regole restrittive nei confronti delle libertà politiche, civili e d’informazione e del diritto d’associazione, sostenute ideologicamente con il concetto di “democrazia sovrana” (elaborato dal più autorevole consigliere politico dello staff del presidente, Vladislav Surkov), che era strettamente connesso all’idea di potenza (Stato forte e centralizzato, economia forte, potenza militare e nazionalizzazione delle élite). Tuttavia, sostiene lo scienziato politico Scott Gehlbach dell’Università del Wisconsis (Madison), non s’impose un modello “totalitario” di tipo sovietico, con un controllo esercitato attraverso un “vasto Impero statale mediatico”: Putin non è un democratico, ma non è nemmeno un dittatore totalitario” (Scott Gehlbach). Per il sociologo russo Boris Dubin fra la metà degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila si poté assistere in Russia ad un processo di massificazione della società, a cui avevano contribuito i mass media (in modo particolare la televisione) con il fenomeno della “costruzione del consenso”.

    Con la nomina di Medvedev a presidente della Federazione Russa (maggio 2008), sostanzialmente il clima politico generale non mutò. Unità del paese e stabilità furono buoni risultati di Putin lasciati in dote al suo successore. Eppure, alcuni tiepidi segnali in controtendenza rispetto alla precedente severa gestione di Putin furono già da subito evidenti con l’assunzione di una serie di provvedimenti tali da imprimere al paese una svolta riformatrice e liberale. Fu, ad esempio, varata una nuova legge (2009), in base alla quale i giornalisti che indagavano sulla corruzione in Russia potevano finalmente beneficiare di protezione. Secondo la nuova legislazione, essi erano in grado di chiedere una protezione speciale se chiamati a testimoniare in tribunale. Fu, inoltre, alleggerita la legge sulle Ong del gennaio 2006, semplificando la procedura di registrazione e altre disposizioni. Attivisti e gruppi per la difesa dei diritti umani plaudirono, infine, alla decisione del presidente di porre il veto ad un disegno di legge approvato dalla Duma nell’ottobre 2010 che se trasformato in legge avrebbe limitato il diritto a manifestare.

    Le parlamentari del 2011 e le presidenziali del 2012 segnarono un’ulteriore svolta nel paese. Nonostante le elezioni legislative non avessero messo in discussione il “tandem Putin-Medvedev”, il nuovo clima politico determinato dal voto elettorale si contraddistinse non solo per un calo dei consensi subito dal partito di governo “Russia Unita”, ma anche per l’aumento della voce delle opposizioni. Nella capitale e in altre città del paese era scesa in piazza una vera e propria galassia composita formata dalle forze politiche d’opposizione tradizionali e da movimenti, associazioni politiche e civili di vario tipo. Qualche mese dopo (marzo 2012), Putin fu eletto presidente della Federazione Russa, travolgendo con il 63,64% dei voti i suoi rivali. Ciò che gli aveva consentito di essere rieletto per la terza volta alla carica di presidente fu il dominio che era riuscito ad esercitare sul sistema mediatico russo. La vittoria incontrastata di Putin (anche a causa della debolezza dei programmi e delle divisioni dei leader delle opposizioni) determinò una maggiore influenza del ruolo esercitato dal Cremlino nei confronti di tutti quei mass media (Grande Rete compresa), che avevano appoggiato nel corso delle due recenti elezioni politiche le forze d’opposizione. I primi segnali di quest’influenza arrivarono presto, a giugno, con una serie di minacce o di arresti per teppismo nei confronti di giornalisti o leader d’opposizione, che avevano protestato contro la nuova legge che prevedeva multe salate in caso di raduni non autorizzati. La morsa di Putin proseguì con l’approvazione di alcuni emendamenti presentati dal partito “Russia Unita” alla legge sulle Ong, che imponevano a quelle finanziate dai paesi esteri (Usa e Europa) e implicate in attività politiche di registrarsi come “agenti stranieri”. Nel mese di luglio passava, inoltre, un’altra serie di emendamenti alla “legge sull’informazione”, che permetteva di creare una lista nera sul web. Gli emendamenti introdotti alla “legge sull’informazione” erano ufficialmente destinati a combattere la pedofilia e il crimine on-line. Ma nella blacklist erano inseriti anche i siti “con contenuti pornografici, idee estremiste, idee che istigano al suicidio o all’uso di droghe”. La decisione delle autorità governative di adottare un provvedimento censuratorio contro Internet trovava la sua ragione nell’uso sempre più diffuso della Grande Rete (Internet) da parte degli oppositori di Putin e di “Russia Unita” come canale d’informazione alternativo e controcorrente rispetto a quelli ufficiali di comunicazione e d’informazione di massa. Era innegabile l’aumento del numero dei cittadini russi che formavano le proprie idee solo attraverso Internet. La dura campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2012, che aveva visto i blogger in prima fila, ne era la conferma. Pochi giorni dopo l’approvazione degli emendamenti alla “legge sull’informazione”, venivano adottate delle modifiche miranti a penalizzare nuovamente la diffamazione e calunnia a mezzo stampa, e ciò in controtendenza rispetto ad una decisione presa dalla Duma nel novembre del 2011 che, di fatto, depenalizzava il reato. La diffamazione diventava nuovamente un reato punibile fino a 5 anni di reclusione, oppure con una multa di 5 milioni di rubli (125mila euro).

    La nuova legislatura presidenziale putiniana si era, dunque, aperta con forti proteste e contestazioni ad una serie di leggi assunte, tese a circoscrivere il campo delle libertà politiche e civili. Ma contemporaneamente erano state anche approvate leggi relativamente liberali. Ad esempio, la procedura di registrazione dei partiti politici era stata semplificata e, nonostante alcune limitazioni, veniva ripristinata l’elezione diretta dei governatori regionali: un passo importante verso lo smantellamento della “verticale del potere” creata dallo stesso Putin e in direzione dello sviluppo dell’autonomia politica regionale e locale. Ovviamente, queste tiepide aperture in direzione di una società più democratica non metteva in discussione il fatto che “le preoccupazioni circa un nuovo giro di vite fossero giustificate e che l’atmosfera nella società fosse indubbiamente diventata più conflittuale”, sosteneva l’analista politico russo Vladimir Slatinov.

    Per questo motivo, per Svetlana Babaeva, analista senior di RIA Novosti, il patto sociale tra la società e le autorità tacitamente siglato nei primi anni 2000 si era quasi esaurito, ora questo doveva essere sostituito da un accordo più democratico. L’essenza del precedente patto era questa: le autorità non entrano nelle faccende private della gente e la gente non curiosa nelle attività politiche della classe dirigente. Ma la situazione stava cambiando, poiché i progressisti, espressione del nuovo ceto medio urbano, chiedevano un dialogo con le autorità e un maggiore coinvolgimento nella vita sociale e politica del paese. Questa domanda arrivava da un ambiente che aveva sostenuto i primi due mandati della presidenza di Putin.