Incontro su “Quo Vadis Europa?” (18 novembre 2011) organizzato dalla Biblioteca civica di Sesto e dal CESPI
Analizzare la situazione dei paesi ex socialisti è utile per una riflessione su cosa sia l’Europa oggi, cosa voglia essere e rappresentare. Può insomma aiutare a capire dove voglia andare l’Europa.
A questo proposito va ricordato che tali paesi sono entrati a far parte dell’Ue in due fasi: la prima nel maggio del 2004 e ha riguardato Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, i tre Stati baltici e la Slovenia, la seconda il primo gennaio del 2007 con l’ingresso nell’Unione della Romania e della Bulgaria. Risulta utile sottolineare il fatto che l’allargamento dell’Unione a Est è iniziato in ritardo rispetto a quello della Nato: ricorderemo, infatti, che le prime adesioni all’Ue hanno avuto luogo nella primavera del 1999 e sono state quelle di Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia contestualmente ad un periodo che anticipava di poco l’inizio dei bombardamenti aerei della Nato sulla Jugoslavia di Milosevič. In tal senso, si può dire che la Nato abbia avuto una strategia più tempestiva e, quindi, tempi decisionali più brevi.
Gli osservatori dell’area ricordano molto bene il clima esistente nei paesi in questione nel periodo precedente la loro adesione all’Ue. Lo ricordano, soprattutto, coloro i quali hanno seguito nei luoghi interessati le varie fasi di avvicinamento all’Unione. Personalmente ricordo bene anche le reazioni della gente al momento dell’adesione: nessun particolare entusiasmo, una buona dose di indifferenza, tutt’al più la consapevolezza diffusa che non vi erano altre soluzioni per il futuro di ciascuno di questi paesi. Questo era per lo meno ciò che si sentiva dire: non possiamo fare diversamente, è un passo obbligato. Gli stessi referendum svoltisi nel corso del 2003 nei paesi interessati sull’opportunità dell’adesione sono stati caratterizzati nella maggior parte dei casi da un marcato astensionismo. Ciò dimostra la scarsa confidenza con lo strumento del voto, ossia lo strumento principe della democrazia partecipativa e la considerevole indifferenza nei confronti dell’adesione. In effetti è mancato il coinvolgimento popolare in un progetto politico così significativo e tale da cambiare molte cose nella vita politica di questi paesi. Nel 2004 un deputato comunista slovacco accusò il suo governo di aver presentato all’opinione pubblica il progetto di adesione all’Ue con lo stile e le modalità di chi deve fare pubblicità a un nuovo tipo di hamburger.
Anche in tale circostanza il dialogo, lo scambio tra potere e base, tra autorità e opinione pubblica è stato minimo, vi sono state delle iniziative come, per esempio, l’apertura di sportelli concepiti per dare informazioni sull’Ue, ma in fin dei conti l’operato dei governi di questi paesi non ha favorito la riflessione collettiva, la nascita di nuove consapevolezze, non ha, insomma, agevolato un processo di partecipazione collettiva e, dall’altra, buona parte dell’opinione pubblica appariva ben poco interessata a quelle che venivano definite decisioni prese dal potere a prescindere. Non abbiamo insomma assistito a momenti di forte volontà collettiva né alla nascita di illusioni e speranze essendosi esaurite, queste ultime, negli anni immediatamente successivi alla caduta dei regimi, quando il clima di euforia generale portò i cittadini di tali paesi a pensare che in capo a una decina d’anni si sarebbe potuto raggiungere il livello di vita dell’Austria. I fatti dimostrano che ciò non è accaduto. Ricordo i festeggiamenti nella capitale magiara il primo maggio del 2004: sembrava di assistere a una delle tante manifestazioni organizzate dal comune di Budapest. Tanta gente per strada come ce n’è di solito nelle occasioni appena menzionate: gli ungheresi sono sempre stati molto recettivi da questo punto di vista.
Da allora sono accadute diverse cose, il numero delle consapevolezze politiche a livello di opinione pubblica non è aumentato di molto né mi pare si sia attivato un rapporto particolare con l’Ue almeno sul piano popolare. Forse in alcuni casi un rapporto utilitaristico riguardante le possibilità che l’Ue dà in determinati campi della vita economica. Ricordiamo anche il forte senso di disagio dei nuovi entrati nell’Ue di fronte alla iniziale chiusura delle frontiere da parte dei vecchi membri ai lavoratori ungheresi, polacchi, cechi e degli altri paesi ex socialisti. “Non doveva trattarsi di un’Europa unita?” si chiedevano i politici degli Stati di nuova adesione. Ricorderemo anche le paure occidentali dell’idraulico polacco. Chi per motivi di lavoro ha frequentato i paesi ex socialisti ricorda la sensazione di questi ultimi di essere entrati a far parte dell’Unione come entità di seconda categoria. Riguardo alle propensioni dei cittadini dei paesi dell’Europa centro-orientale a cercare lavoro all’estero si può segnalare il fatto che secondo una delle ultime rilevazioni in Slovacchia, per esempio, due persone su tre ritengono di poter trovare un impiego più facilmente altrove. Le motivazioni che spingono i cittadini dei nuovi paesi membri a cercare una soluzione lavorativa più a occidente risiedono soprattutto nelle migliori possibilità di guadagno; i dati diffusi di recente dall’agenzia di stampa slovacca SITA rendono noto il fatto che una persona su cinque in Lettonia e Lituania e una su quattro nella Repubblica Ceca andrebbero a lavorare all’estero se ciò significasse ricevere uno stipendio pari a tre volte quello che guadagnano in patria. L’aspetto economico è, quindi, prevedibilmente, la ragione principale, mentre nel caso dei cittadini dei vecchi membri dell’Ue, secondo l’inchiesta, la ragione dell’eventuale spostamento risiede per lo più nella voglia di cambiare stile di vita e di conoscere nuove realtà culturali. Quindi, come vediamo, nei paesi ex socialisti c’è la percezione dell’insufficiente ventaglio di possibilità sul piano del lavoro e delle condizioni del lavoro.
Si diceva che dall’ingresso nell’Ue sono avvenute diverse cose: si è verificata una crisi globale con la quale stiamo ancora facendo i conti. Tale evento ha dato un’ulteriore conferma della fragilità di queste nuove economie per molti versi dipendenti dal capitale straniero. Da quando hanno aderito all’Unione europea i paesi ex socialisti hanno conosciuto un’accelerazione della crescita economica e attirato sempre più investitori stranieri. C’è però da sottolineare il fatto che l’attuale crisi economica internazionale ha messo in evidenza le debolezze di questi Stati e gli inconvenienti legati alla loro dipendenza da quelli occidentali. Per capire meglio le ragioni che hanno determinato la vulnerabilità di questi paesi sul piano della loro tenuta economica, occorre tornare al tempo della caduta dei regimi e dei cambiamenti che non sono avvenuti dappertutto nello stesso modo. Per colmare il vuoto provocato nella regione dalla scomparsa del mercato sovietico, questi Stati si sono rivolti al capitale straniero il quale ha dato luogo a investimenti di rilievo che l’industria locale non avrebbe mai potuto realizzare. Con la crisi le multinazionali si sono trovate di fronte a una serie di difficoltà finanziarie rilevanti e hanno cominciato a lasciare la regione che in poco tempo ha visto aumentare il numero dei disoccupati. Le industrie locali sono deboli e i governi dispongono di mezzi insufficienti per affrontare i problemi che si sono determinati. In sostanza, il prodotto interno lordo di questi paesi dipende dai mercati occidentali e questa è un’altra prova della fragilità del mondo ex socialista. Ancora prima dell’adesione la Commissione europea si riferiva nei suoi rapporti annuali sugli aspiranti nuovi membri dell’Ue a trasformazioni economiche avvenute con successo. Affermava: “tali paesi hanno realizzato con successo dei sistemi di economia di mercato”. Ma ora, a maggior ragione, queste affermazioni appaiono frettolose.
In Ungheria la crisi globale è stata preceduta di almeno due anni da una profonda crisi interna: una crisi economica e sociale che nell’autunno del 2006 ha assunto i connotati della guerriglia urbana, degli scontri di piazza, cose del tutto inusuali fino a quel momento, data la scarsa propensione degli abitanti del paese e di quelli vicini alla rivendicazione. Il profondo malessere sempre più diffuso nello Stato magiaro è stato strumentalizzato dalla destra del Fidesz e da quella di Jobbik, la prima con riferimenti borghesi, la seconda più proletaria e radicale. Ma nel clima di allora il limite tra queste due componenti della destra ungherese è sfumato. Oggi il Fidesz è al potere e con una maggioranza dei 2/3 al parlamento e governa in modo pressoché incontrastato. Ha cambiato la Costituzione, la nuova ha un marcato carattere autoritario, nazionalista e conservatore ed entrerà in vigore il prossimo primo gennaio. Ha concepito una legge che riduce la libertà di stampa e ora sta modificando il codice del lavoro sulla base di criteri che ridurranno i diritti dei lavoratori e il già ristretto margine di manovra dei sindacati. Con una serie di iniziative antidemocratiche il governo guidato da Viktor Orbán ha esordito in modo tutt’altro che impeccabile alla presidenza di turno dell’Ue che l’Ungheria ha assicurato tra il gennaio e il giugno scorsi. A fronte di tutto ciò si è verificato a Budapest un ciclo di manifestazioni per la libertà di espressione e di stampa e per la democratizzazione della vita politica del paese. Tali manifestazioni, però, appaiono ancora circoscritte agli ambienti più progressisti e non sono espressione di una volontà popolare diffusa e trasversale. I problemi relativi alla legge sui media e alla nuova Costituzione non sono avvertiti come tali dalla maggior parte dell’opinione pubblica che è concentrata su problemi di carattere materiale, contingente. Le questioni di principio non sembrano essere all’ordine del giorno, lo sono, invece, quelle legate alla soluzione di problemi economici e di sussistenza. È sempre più netta la sensazione che gli ungheresi accetterebbero tranquillamente un nuovo sistema “dirigista”, purché sia in grado di offrire garanzie concrete dal punto di vista del lavoro e della sussistenza economica. Di fronte a queste esigenze non trova sufficiente interesse a livello popolare il dibattito sulla democrazia e sulle libertà civili per quanto in linea con i criteri costitutivi dell’Ue. I partiti di estrema destra nati in questi paesi si fanno interpreti delle paure più profonde e diffuse a livello popolare e sono segno di crisi di identità alle quali ha assistito e assiste chi segue i paesi in questione. Crisi alle quali vengono date risposte sbagliate e fuorvianti, frutto di quelle semplificazioni che costituiscono tradizionalmente il bagaglio della destra più retrograda, antisemita e xenofoba. L’identità europea resta un punto interrogativo vista anche da Est.


