Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

    Giovedì 4 dicembre 2014 ore 21

    Conferenza sui conflitti in Siria, Irak, Israele, Palestina

    con Gian Paolo Calchi Novati

    leggi i dettagli dell’iniziativa: Locandina Medioriente

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    -in fondo gli audio degli interventi-
    Ci soffermiamo sull’intervento di Calchi Novati, che parte dalla considerazione che la guerra resta la sola “arma” a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia.

    Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione.

    I fronti caldi si sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono stati diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso.

    Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

    Il mondo arabo-islamico è in piena ebollizione da quando si è verificato il risveglio, certamente meno inatteso e inopinato di quanto non si è preferito far credere, che ha dato l’idea di una “primavera”. È stata una scossa per molti motivi inevitabile, dopo decenni di presunta stabilità.

    Da cosa e verso cosa è meno definibile.

    Le crisi del Medio Oriente non soffrono per una mancata attenzione del resto del mondo ma per un eccesso di interferenze. Tipico è il caso della guerra in Siria.

    Di fronte all’offensiva del movimento jihadista noto come Isis (Stato islamico in Iraq e Siria) la politica di Stati Uniti e alleati europei è ricaduta, con incredibile pervicacia, nella solita routine della soluzione militare.

     

    Il fatto che l’Unione europea si lasci imporre dagli Stati Uniti, dentro o fuori la Nato, la linea da seguire nella gestione dei rapporti con i vicini a Sud e a Est è la prova imbarazzante del flop di tutta la costruzione. A Bruxelles siedono organi direttivi inutili o succubi.

    Le cause piú immediate dell’ultima emergenza vanno ricercate da una parte nella guerra in Siria, un paese di minoranze che ha finito per perdere il suo precario equilibrio, e dall’altra nella frattura irreversibile fra le diverse comunità di un paese composito come l’Iraq.

    La frattura sunniti-sciiti dentro l’Islam ha una forte rilevanza, anche se la religione nasconde o mistifica divisioni che poggiano su ragioni politiche e sociali: identità e ruoli nella società e quindi le chances di accedere al potere e alla ricchezza, o ai collegamenti internazionali giusti.

    Contro Assad non sono scesi in campo solo gli oppositori interni. Quale piú e quale meno, tutte le medie potenze della regione hanno una parte attiva nella guerra. La Siria è troppo centrale e le sue diverse comunità hanno prolungamenti nei vari Stati della regione. Gli Stati a maggioranza sunnita, a cominciare da Arabia Saudita e Turchia, hanno preso ad armare i ribelli.

    Una transizione democratica, in qualsiasi forma, è quanto spaventa di piú l’Arabia Saudita e gli altri emirati e sceiccati del Golfo. Sono questi gli alleati su cui conta l’Occidente. La monarchia saudita è sempre sull’orlo del doppio gioco non solo perché è ormai un alleato critico degli Stati Uniti ma perché l’Isis è comunque un antidoto contro gli sciiti, Stati o terroristi.

    Maggio 2016

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