I RAPPORTI DELL’EUROPA CON L’AFRICA di Giovanni Bianchi

I RAPPORTI DELL’EUROPA CON L’AFRICA  di Giovanni Bianchi

    Ridefinire i termini della questione. Nessuno dei due referenti – Europa ed Africa – è chiaro e tantomeno chiaro a se stesso. La crisi interna alla globalizzazione – i cui esiti permangono a questo punto imprevedibili – complica i due termini della questione che d’altra parte non possono in alcun modo prescindere da essa. In ogni caso stiamo parlando del governo globale. Alla fine della belle époque di trent’anni di governo neoliberale, che lascia in eredità un cumulo di dilemmi. C’è chi pone le premesse per cambiare e chi no. In un anno e mezzo gli Stati Uniti hanno portato il disavanzo dal 6% al 3%, e le famiglie risparmiano il 4% contro lo zero di prima. E la Cina corrisponde… In Cina l’avanzo si riduce, e i finti sindacati cinesi vengono chiamati ad aumentare gli stipendi dall’8% fino al 16%. In difficoltà invece il G. 20. Il cambiamento qui non c’è perché non c’è l’Europa. Entro il 2013 bisognerebbe dimezzare il debito pubblico, si dice, e poi però si dice che non si può ammazzare il bambino nella culla… Dunque l’empasse per la prospettiva del G. 20  nasce in Europa, un’Europa che non si è fatta sentire perché non c’è. La Germania ha un avanzo commerciale maggiore della Cina, enormi aumenti di produttività. In Italia invece siamo passati da tre punti di avanzo al disavanzo attuale. Nei prossimi mesi si decide la costituzione materiale dell’Europa. A Berlino si pensa: adottiamo con gli Stati europei lo stesso metodo dello Stato federale americano con i singoli Stati. Perché da noi non funziona? Perché negli Stati Uniti il deficit lo può fare lo Stato federale. Con una differenza quindi macroscopica: da noi non c’è lo Stato federale. E’ in questo quadro che la Grecia, fanalino di coda, ha visto negli ultimi anni un aumento del reddito del settore pubblico pari al 109%. Cose simili si erano viste soltanto nell’Argentina di Menem.E potremmo continuare a snocciolare dati.

    Un altro enorme problema non può essere ignorato a livello globale dentro l’attuale fase della crisi: quello che riguarda i termini e gli effetti del rapporto tra uguaglianza e disuguaglianza. Un divario ovunque crescente. In proposito l’Italia si trova tra i 30 Paesi dell’OCSE nella cui fascia ci sono anche il Messico e la Turchia. La disuguaglianza si misura col coefficiente di Gini: un nome che si evita generalmente di pronunciare perché si è diffusa la diceria che porti scalogna. L’Italia ha 30 Paesi dopo di lei: la Turchia al 43%, il Messico al 42%; l’Italia si colloca al 35%. C’è dunque un problema per tutti, un problema che non può non segnare i rapporti tra Europa ed Africa nella presente congiuntura: come si fa a lavorare contro la disuguaglianza? Ci si è provato in vari modi. Con la legge per la Remissione del debito estero del luglio 2000, della quale sono stato relatore, e che fu varata in occasione del giubileo indetto da papa Giovanni Paolo II, e perfino sotto la spinta di un rap indovinato di Bono Ultravox e Jovanotti al Festival di Sanremo… Con un tentativo successivo poco convinto di varare la Tobin Tax, per la quale ho presentato un progetto di legge a nome di tutta la Margherita. Resta in piedi l’interrogativo: come si fa a lavorare contro la disuguaglianza? Si è ripiegati alla fine sullo Stato: quel vecchio arnese arrugginito del Seicento europeo che è lo Stato, recuperato in fretta e furia proprio dopo il “settembre nero” di Wall Street, in mancanza di strumenti migliori e più efficaci, avendo fatto pessima prova di sé la Banca Mondiale il Fondo Monetario Internazionale, e non pensando ovviamente saggio rivolgersi all’internazionale di qualsiasi famiglia di partiti, da quella socialista a quella democristiana.

    La spesa pubblica italiana è pari al 52% di Pil. Se alta è la spesa pubblica, dovrebbe potersi correggere, sulla carta, il divario che segna le disuguaglianze. E invece spendiamo una marea di soldi, ma l’effetto desiderato non c’è. La Germania ha un indice di Gini pari a 28, ma una riduzione della disuguaglianza al 5%, ovviamente maggiore non poco della nostra. Insomma il problema lo abbiamo drammaticamente in casa, drammaticamente in Europa, drammaticamente nel rapporto con il Continente Nero.

    Abbiamo assistito alla caduta con la velocità d’un tramonto d’ottobre dell’idea di un impero americano (impressionante l’ideologismo religioso dei teocon, ma non solo). E così il mondo -ridiventato multipolare – si avvia ad essere governato non dal G8 e neppure dal G. 20, quanto piuttosto dal G2, secondo l’asse, oramai consolidatosi, Washington-Pechino. Subito dopo il “settembre nero” di Wall Street, Hu Jintao, il leader cinese, rilasciò un’intervista nella quale diceva: “Continuiamo mano nella mano. La cooperazione al primo posto.” Si rivolgeva alla Casa Bianca. Alzai gli occhi dal giornale e chiesi a mia moglie diverificare se il calendario cinese segnava la giornata di San Valentino…

    Il “Sole 24 Ore” di domenica 30 maggio 2010 dava la notizia a pagina 10 della possibilità che il dottor Zhu Min, ex numero due della Banca Centrale di Pechino, diventasse il possibile successore di Strauss-Kahn alla presidenza del Fondo Monetario Internazionale. Segnalo che dai tempi di Bretton Woods (1944) mentre al vertice della Banca Mondiale c’è sempre uno statunitense, il presidente del FMI è sempre, per convenzione Onu, un europeo. Eppure tutto ciò non dovrebbe trovarci spiazzati più di tanto. E infatti due padri italiani tra i fondatori dell’Europa, Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli, pensavano l’Unione Europea come tappa verso un governo mondiale. Le loro due culture si trovavano per così dire agli antipodi. Molto più realistica ed in parte asburgica quella del leader trentino, che continuava a vedere il punto inevitabile di partenza nella centralità dello Stato moderno. Molto più iconoclasta quella del laico Altiero Spinelli, che poggiava la sua idea fortemente federalista sull’esigenza di fare piazza pulita del concetto di sovranità a fondamento degli Stati nazionali.

    Questa Europa non manca certamente di problemi interni. Le vicende del trattato sulla costituzione europea sono lo specchio di un malessere che non discende soltanto dal trend di un rapido allargamento. L’Europa si trova impacciata a fare i conti con la crisi e appare in ritardo e spaesata. Per essere rapido e un poco immaginifico uso da tempo una graffiante metafora dell’antico Fortebraccio. I meno giovani ricorderanno l’eleganza pungente dei suoi corsivi su “L’Unità”. Uno dei bersagli preferiti era il ministro dei lavori pubblici Franco Nicolazzi, socialdemocratico, di Gattico in provincia di Novara. Così immortalato da Mario Melloni: “Eravamo fermi sui gradini del portone maggiore del palazzo, quando arrivò, fermandosi davanti all’entrata, una grossa macchina blu. L’autista, rapidamente, corse a spalancare la porta posteriore di destra. Non ne scese nessuno. Era Nicolazzi.” Il bozzetto si attaglia perfettamente all’ingresso dell’Europa nella crisi succeduta al “settembre nero” di Wall Street. L’Europa semplicemente non si presenta. Non si vede. Non si sente. Il meglio che sa fare è accodarsi, ogni volta con ragionevole ritardo. Ha ragione Mario Tronti: non Unione Europea, ma moneta unica.

    Fino al 2008 l’euro veniva considerato un trionfo dell’Europa. Oggi in Germania il 70% dei tedeschi si chiede perché non tornare al marco e la Merkel era propensa a buttare fuori dall’area dell’euro la Grecia. Delors ha scritto su “la Repubblica” di un paio di mesi fa un allarmato articolo proprio sulla consistenza e il destino dell’euro. Ancora una volta i problemi vengono da lontano, e sono anzitutto interni all’Europa. Come omettere di accennare alla caduta del muro di Berlino? Dahrendorfgià nel 1990 nelle sue impressioni sull’Europa prevedeva che l’Europa centro-orientale sarebbe diventata un campo di battaglia delle minoranze. E’ andata tragicamente così in quella che oramai chiamiamo ex Jugoslavia: il grande rimosso della storia e dell’opinione europea, che fa finire le guerre sul Vecchio Continente nel 1945. Ma la guerra dei Balcani non è una contesa all’interno dell’Impero Ottomano, attraversa i Paesi ex asburgici, si confronta con una delle capitali, Belgrado, più culturalmente avanzate, e a tutti gli effetti costituisce una tragedia tutta interna all’Europa contemporanea.

    Ma altrove non è andata così. Perché? Perché i Paesi che stavano dietro la “cortina di ferro” speravano di entrare in Europa. L’allargamento, da questo punto di vista, spesso rimproverato a Romano Prodi, risponde a un bisogno d’Europa e presiede alla de-comunistizzazione dei Paesi dell’Est. Ha rappresentato un valido consolidamento della democrazia dopo il franchismo. Per questo non è da mettere la sordina al tema dell’inclusione della Turchia, ponte indispensabile verso l’Islam e una sua auspicata democratizzazione.

    Ma dopo la Caduta del Muro di Berlino, celebrata dal Papa Polacco in una enciclica, la “Centesimus Annus“, parte – come dice Giorgio La Malfa – un secondo treno: la moneta unica. Non è cosa da circoscrivere alla sola finanza. Non a caso in Inghilterra la moneta si chiama la sovrana. Delors aveva presentato in proposito un progetto già nell’aprile del 1989, prima cioè della Caduta del Muro. Un progetto scritto dal presidente della Banca Centrale Tedesca. Consigliere di Delors era Padoa-Schioppa. Bisogna ora tornare a un altro rimosso: il terrore – oggi passato sotto silenzio – che si diffuse nelle cancellerie europee alla Caduta del Muro. Mitterrandtelefona alla Thatcher per rammentarle che nei momenti di pericolo Francia e Gran Bretagna devono stringersi insieme. In Italia, Giulio Andreotti, con la proverbiale bonomia mista a cinismo, dirà di amare così tanto i tedeschi da preferire due Germanie ad una sola. Uno spettro si aggirava tra i governi e i ricordi dei popoli: il fantasma dei cavalieri teutonici che avevano scorrazzato per secoli nelle pianure dell’Est. E’ a questo punto che Mitterrand gioca la carta dell’euro, intendendo con ciò togliere alla Germania l’arma di una forte moneta custodita dalla Bundesbank, detta leziosamente Buba. Helmut Kohl, l’unico leader europeo di statura sufficiente, chiede agli Stati Uniti d’America di Bush padre l’autorizzazione a trattare lo status e il ritiro delle truppe sovietiche. L’Europa compie un enorme passo avanti e fa un salto di qualità: l’Est non le è più estraneo. Ma oltre a Kohl l’unico a intendere il nuovo orizzonte sembra ancora una volta Giovanni Paolo II che si precipita a parlare di un’Europa a due polmoni, e accanto a Benedetto e Caterina vuole le icone di Cirillo e Metodio. Tutto il resto segue come disordinate salmerie, al punto che se si vuole cercare un pensiero all’altezza della nuova situazione bisogna piuttosto leggere i testi del cardinale Carlo Maria Martini, allora presidente della Conferenza Episcopale Europea, e quelli di Dionigi Tettamanzi che, a partire dall’esegesi delle posizioni di Giovanni Paolo II, si interroga sull’Europa da arcivescovo di Genova.

    Vi è chi sostiene in campo progressista che i riformatori hanno in questa fase storica un vantaggio rispetto alle destre: un leader globale nella persona del presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama. Eppure mai la Casa Bianca è stata così lontana dall’Europa, dovendo inseguire la Cina, che ne sostiene l’enorme debito estero, il più grande al mondo, anche se non si dice. È uno dei non pochi dilemmi per il recupero di un primato della politica dentro questa fase di crisi interna alla globalizzazione. E comunque il dilemma dei dilemmi consiste in questo: se la crisi rallenti, oppure acceleri i processi di globalizzazione. Il mio punto di vista è che finirà per accelerarli, dal momento che anche quando i singoli Stati intervengono non possono mai farlo da soli, ma sono costretti atrovare una concertazione con altri Stati. La globalizzazione mi pare cioè un destino, e da essa è necessario guardare ai rapporti passati, futuri e possibili tra Europa ed Africa.

    Eurafrica. È il titolo di un saggio di Andrea Riccardi apparso quattro anni fa sulla rivista”liMes”. E in effetti all’origine di questa Europa ci imbattiamo in un trattato euro-malgascio. Andrea Riccardi, come è noto, è fondatore e leader della comunità di Sant’Egidio, presente in Africa in momenti davvero cruciali come ad esempio il processo di pacificazione in Mozambico, un Paese medio piccolo arrivato all’indipendenza dal Portogallo solo nel 1975 dopo una dolorosa guerra di liberazione, adottando in seguito un regime collettivista. Il Mozambico ha vissuto negli anni successivi, fino al 1992, un conflitto intestino che ha provocato un milione di morti. Il processo di pace tra il governo marxista e la guerriglia non sarebbe stato possibile senza l’intervento mediatore della Comunità di Sant’Egidio. Secondo Riccardi è palese che i dirigenti africani, di fronte alle difficoltà, hanno spesso invocato il pesante lascito coloniale. Hanno ragione, ma i Paesi africani sono indipendenti da quasi mezzo secolo ormai. I problemi dell’Africa di oggi non sono tutti eredità del colonialismo. Piuttosto la storia coloniale ha creato un forte impasto tra Europa ed Africa con le lingue, l’immigrazione, lo scambio, talvolta con veri meticciati culturali. È stata però una storia vissuta dai due partner in modo profondamente ineguale. Gli anni Novanta erano iniziati con un forte impegno nel continente da parte dell’Occidente: la spedizione nella Somalia sconvolta dalla “crisi umanitaria”. Era stata voluta da Bush padre e continuata da Clinton. Gli italiani vi avevano partecipato. Finì però con il ritiro e la Somalia non è più tornata ad essere uno Stato, ma resta una terra di signori della guerra e un porto franco attraverso il quale passano le merci più disparate per tutto il Continente Nero. La coscienza africana e islamica hanno percepito la sconfitta occidentale come un fatto di grande importanza, mentre nei nostri Paesi è stata presto dimenticata. Significativamente Osama Bin Laden insiste su quell’esperienza. Una svolta a gomito e una possibile analogia. Sui manuali di storia italiani si studia la sconfitta di Adua nel 1896 ad opera degli etiopici. Ne venne anche allora un messaggio agli africani: gli europei non erano invincibili.

    C’è molto da dire in proposito. Un aureo libretto di Jean-Léonard Touadi, pubblicato nel 2006 per conto del VIS e dalla SEI di Torino, L’Africa in pista, è di grande e maneggevole aiuto. L’Africa al singolare nasce sulle navi dei negrieri. La sua comunanza di destino storico prende le mosse dal XVI secolo, insieme all’esigenza di trovare le strade per manifestarsi come soggetto unitario. Eppure le Afriche sono plurali, come affluenti di un medesimo grande fiume. Si collocano nella cornice nella quale il dialogo tra Nord e Sud è drammaticamente morto, insieme all’idea di sviluppo. Sono appunto le affermazioni che troviamo nelle prime pagine dell’Africa in pista. “I test di convergenza con altre aree del mondo dimostrano la diversità africana in quanto le economie del continente non hanno mai raggiunto la soglia minima di accumulazione dei fattori di produzione e del capitale pubblico in grado di fare fronte alla povertà”. Eppure tutti gli Stati africani sono alle prese con enormi deficit di bilancio. “Il peso del debito ha aggravato questa situazione nei confronti dell’estero. Si aggiungano a questo quadro già drammatico l’erosione del prelievo fiscale e l’aumento delle spese militari che sono passate dallo 0,7% del 1969 al 3,2% del 1989. Le spese statali per pagamenti di stipendi rappresentano il 40% della spesa totale dei governi. Cifra che raggiunge e supera il 70% in alcuni paesi.” Non a caso il continente conosce bene “una carenza grave di infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali e di comunicazione che dilata i costi di produzione e di trasporto. Infine il peso del continente nel commercio mondiale è passato dal 3,1% del 1970 all’1,7% nel 1986 e allo striminzito 1% nel 2000.”

    Ma proponiamoci la domanda di fondo: “In sostanza l’Africa è vittima della storia, oppure vittima di se stessa?” Non mancano gli approfondimenti di scuola africana ed anche quelli in chiave fortemente autocritica. Axelle Kabou, sociologa camerunese, afferma che “l’Africa non muore: si suicida in una sorta di ebbrezza culturale apportatrice solo di gratificazioni morali.” Il rifiuto dello sviluppo in Africa sarebbe cioè un’ideologia parassitaria che si accontenta di crogiolarsi nella propria negritudine idealizzata e assolutizzata; che si chiude nel recinto paralizzante del rifiuto della tecnica e che fa della vittimizzazione di sé una rendita di posizione di fronte al mondo e a se stessa; che utilizza, al posto di relazioni improntate a razionalità ed efficienza, una “devastante economia degli affetti”. Il problema dunque, anche per gli africani, è di volontà politica e conseguentemente di classi dirigenti, perché un Paese e un Continente vanno dove va la sua classe dirigente. Così è possibile lasciarsi alle spalle l’invenzione di Hegel di un’Africa senza storia. Non a caso c’è un detto africano che afferma: “Un anziano che muore è una biblioteca intera che brucia.”

    La vera vittoria dei nuovi venuti non stava solo nei cannoni dell’alba, quella strana alba della sconfitta, ma nella calamita del giorno dopo rappresentata dalla scuola moderna dove i conquistatori legittimavano giorno per giorno “l’arte di vincere senza avere ragione”. Eppure scrive Cheikh H. Kane: “Ogni ora che passa accelera la combustione nel crogiolo che fonde il mondo. Non abbiamo avuto lo stesso passato, voi e noi, ma avremo rigorosamente lo stesso avvenire. L’era dei destini singoli è compiuta. In questo senso, la fine del mondo è venuta davvero per ognuno di noi, perché nessuno può vivere della sola preservazione di sé. Ma dalle nostre lunghe e multiple maturazioni, nascerà un figlio. Il primo figlio della terra. L’unico anche.” E però i conti vanno rifatti. Anche l’Africa nasce da un vissuto storico, non è tabula rasa. Anzi, “l’Africa è la coscienza di appartenere a un mondo terzo, da comprendere come elemento terzo appunto che non è più l’Occidente originario né l’Africa pre-coloniale”. Secondo Joseph Ki-ZerBo, il patriarca della storiografia africana, “la linea di sviluppo dell’Africa è certamente irregolare, ma sempre in ascesa. L’Africa ha conosciuto alti e bassi, epoche più o meno felici, scossoni e soprassalti, ma è costantemente avanzata, al pari di ogni altro continente”. Per questo si tratta, per capire, di ricostruire i frammenti dispersi della sua memoria storica. Vi sono infatti grandi regni dimenticati nella vicenda africana. Oltre che grandi centri commerciali ed economici, questi regni erano importanti punti di riferimento culturale. “Molti studiosi arabi ed europei si recavano a Timbuctù, che già nel XV secolo era una città di 150.000 abitanti quando Londra ne contava solo 120.000″. Può stupire leggere che Timbuctù, un’antica città del Mali, considerata la capitale di uno dei veri quattro sultanati, raggiunse il massimo splendore tra il 1300 e il 1500, polo culturale del mondo, al punto che la merce più venduta erano i libri. Vi si trovavano manoscritti dei secoli XIII e XVI e le opere di Avicenna. Considerata per le sue ricchezze e l’inaccessibilità un luogo più mitico che reale, Timbuctù è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità e proposta come una delle sette meraviglie del mondo. E però l’idea di un’Africa felix, incontaminata e perfetta prima dell’arrivo dei colonizzatori, è inconsistente e antistorica quanto quella di un’Africa tabula rasa dei negazionisti europei della storia africana. Si tratta di un percorso africano non dissimile da quello di altre aree del mondo, anche se nessuno potrà dire, con cognizione di causa, che evoluzione avrebbe potuto avere. In questa prospettiva la “tratta” costituisce l’atto fondamentale attraverso il quale l’Africa viene assorbita in modo repentino nel sistema dell’economia mondiale in costruzione. Stiamo parlando delle tragiche e violente “esportazioni” di africani dal continente, al fine di impiegarli come schiavi, alla volta delle isole atlantiche, delle Americhe e del mondo islamico, “tratta” gestita fra i secoli XVI e XIX da sovrani, Stati, compagnie, mercanti e singoli trafficanti europei, africani, nordafricani, mediorientali… “Attraverso la stretta collaborazione delle 3 m (militari, mercanti, missionari), l’economia africana perde la sua vocazione di risposta ai bisogni africani. La compravendita degli schiavi che avviene sulle coste dell’Africa occidentale sposta la forza-lavoro continentale in altri centri produttivi, al servizio di bisogni extra-africani. Il primo impatto è, dunque, quello di spostare altrove le finalità dell’economia africana snaturandola strutturalmente. Da quel momento in poi essa non riesce a dare risposte africane ai bisogni africani ma lavora a beneficio dell’economia egemone, quella europea, attraverso il meccanismo del commercio triangolare.” Si sono utilizzati diversi metodi per calcolare il numero degli africani che sono stati sottratti all’Africa nei secoli della tratta. Le cifre oscillano fra 20 e 100 milioni tra quelli effettivamente giunti nel nuovo mondo, quelli uccisi durante le guerre di cattura, quelli morti durante la traversata oceanica e quelli deceduti dentro le celle dei forti commerciali in attesa dell’imbarco. Naturalmente il numero, qualunque esso sia, va rapportato alla popolazione africana del tempo e non a quello odierno, e non bisogna dimenticare che la tratta è continuata ininterrottamente per diversi secoli. La tratta comunque ha riguardato la parte più vitale, dinamica e inventiva della popolazione: gli uomini più robusti e vigorosi, i giovani, un certo numero di donne fra le più sane e robuste. Una sorta di mega-emorragia della popolazione che ha dissanguato il continente africano e le ho handicappato definitivamente fino ai nostri giorni. Dalla tratta dunque non è possibile prescindere, tanto meno da parte degli Africani.

    Le culture contano. È interessante notare la persistenza dei lasciti culturali anche sul Vecchio Continente e nel nostro medesimo Paese. Diverso infatti l’approccio al Continente Nero in Francia, in Gran Bretagna, in Germania e in Italia… Si è infatti osservato come “dall’Aida a Faccetta nera, il paradosso del conquistatore italiano del XIX secolo è dato dal fatto che egli viene in realtà conquistato dall’Africa immaginaria che abbraccia. Questa condizione, conosciuta come il mal d’Africa, è considerata più come un’aberrazione piuttosto che come la regola prima della conquista. Il mal d’Africa è interpretato come nostalgia causata dalla partenza dal continente, dal suo calore e dai suoi colori primordiali che simboleggiano anche la carnalità”. Insomma, in questo caso, gli italiani-brava-gente funziona anche come antidoto nei confronti di un razzismo radicale od esasperato. Notti di passione e sensualità prevalgono sulle distanze imponibili dalle differenze razziali. “Non si può fare a meno di ricordare la prima scena dell’Aida di Verdi, e la dichiarazione di Radames, il cui scopo nel cercare la vittoria sugli etiopi è quello di tornare dalla sua amata prigioniera, e che dichiara “per te ho combattuto, per te ho conquistato!”. L’appropriazione dei personaggi di Verdi potrebbe non essere stata palese, ma la figura di faccetta nera permane e sopravvive come ornamento dell’impero.”Lo stesso clima ritroviamo in Africanella e in Africanina(Pupetta mora): “Pupetta mora /africanina/ saprai baciare alla garibaldina/ col bel saluto alla romana/ sarai così una giovane italiana!”.Idem nella notissima Faccetta Nera: “Faccetta nera sarai romana/ e per bandiera tu c’avraiquella italiana/ noi marceremo insieme a te/ e sfileremo avanti ar Duce e avanti al Re!”.Insieme, magari mano nella mano… Ci deve essere una reminiscenza canzonettisticanelle posizioni di Gianfranco Fini quando propone il voto amministrativo per gli immigrati. Bossi invece si rivolge loro con il notorio bingo bongo.

    Oltre la tratta, e dopo la tratta, il colonialismo. La prima cosa da osservare però è che non esiste il colonialismo: esistono molti colonialismi. V’era chi, come gli inglesi, lasciava ai popoli africani un loro margine di autonomia, chi li considerava come una estensione territoriale della madre patria, con spostamento di popolazionidall’Europa all’Africa: i portoghesi in Angola e Mozambico, i boeri in Sudafrica, i francesi in Algeria, gli italiani nel Corno d’Africa e in Libia. Era la “galassia coloniale”. Per capire, la chiave d’interpretazione ce l’ha offerta Nelson Mandela con l’istituzione della commissione “Verità e Riconciliazione”: ricerca testarda della verità storica come conditio sine qua non di una vera riconciliazione. Consapevolezza è espressa da CheikhHamidou Kane: “Non abbiamo avuto lo stesso passato voi e noi, ma avremo rigorosamente lo stesso futuro.” E’ con l’abolizione della schiavitù che avviene per l’Africa il passaggio dalla sovranità al colonialismo. Mentre la trattalasciava ai potentati locali aree sostanziali di autonomia, il colonialismo consideral’intero territorio africano come immenso serbatoio di materie prime che comporta l’imposizione della monocultura; l’introduzione del lavoro forzato (fino alle mutilazioni che avvenivano nelle piantagioni del Congo-belga di re LeopoldoII); la concentrazione dell’attività economica intorno alle città e alle zone estrattive di minerali; l’imposizione di una strategia di modernizzazione dell’economia attraverso l’industrializzazione massiccia a dosi di trasferimento delle tecnologie obsolete e ad altoinquinamento ecologico, oltre che inadatta ai livelli tecnologici locali; la presa in considerazione del territorio africano, non degli africani. Infine il meccanismo dell’interiorizzazione dell’inferiorizzazione da parte dei colonizzati che sovente è stato messo in rilievo. Sorta di iniziazione attraverso l’acquisizione della cultura europea, con la quale la “bestia a forma umana” arriva finalmente ad acquisire il certificato d’umanità.

    Finalmente “il sole dell’indipendenza” sorge nel continente africano a partire dagli anni Sessanta. Chi guida il processo? Risponde Franz Fanon: “Il leader rivelerà la sua funzione intima: essere il presidente generale della società di profittatori impazienti di godere che é la borghesia nazionale”.Coloro cioè che erano fino al giorno prima dell’indipendenza gli ausiliari dell’amministrazione con compiti subalterni e senza visione dell’insieme della macchina si sono rivelati i perfetti continuatori del patto economico e politico coloniale. Una subordinazione chesempre Franz Fanon spiega col fatto che la classe politica che prese il potere in Africa dopo l’indipendenza era una classe media a cui non interessava porre l’economia nazionale su nuove basi. La stessa guerra fredda tra Washington e Mosca indebolisce per la sua logica le sovranità africane. Nonostante l’adesione delle giovani nazioni africane al movimento dei non-allineati, esse sono chiamate a schierarsi, e la prima vittima di questo schieramento forzoso è l’ideale dell’unificazione del continente: il divide et impera vale per l’Africa e le Afriche e i molti africani. Con la conquista coloniale infatti l’Occidente ha esportato e imposto lo sviluppo dei popoli colonizzati seguendo le logiche della “missione civilizzatrice” che procedeva per estirpazione di tutta l’esperienza e di tutto il tessuto economico precedente la sua presenza; e per acculturazione ai modelli europei. Osserva Touadi che il frutto di questo doppio movimento è “il carattere ibrido delle culture africane, sempre in bilico tra la tradizione ferita ma mai morta e la modernità degli altri, nello stesso tempo imposta e seducente.” Resta comunque vero che è finita l’era dei destini singoli.

    Le ricchezze dell’Africa sono da ricercare in termini di connessioni e di disconnessioni nella consapevolezza che “l’essenza intima di una cultura si esprime nelle altre culture. In altre parole occorre basarsi sul postulato dell’apertura all’altro di ogni cultura e dunque su quello di una interculturalità o di un’universalità potenziale di ciascuna di esse. Se ogni cultura parla una lingua straniera, è perché la lingua che parla le è già straniera”. Il problema africano, il suo postulare un’economia altra, si inseriscono all’interno dell’affanno dei popoli dell’opulenza, che misurano la loro adeguatezza tra il benessere inteso come cumulo di quantità di beni e lo star bene come esigenza qualitativa, implicante la relazione. Così lo sviluppo è morto, e continuare a parlarne e ad auspicarne l’avvento, è come parlare di un morto che cammina… Ci sono infatti molte più cose nei cieli africanidi quante siamo in grado di contare. Ci sono circuiti che anelano a una visibilità politica non partitica. Ci sono le Ong locali pronte a giocare un’altra carta, quella appunto della relazione che valorizzi l’esigenza di dare risposte mirate non limitate. Di lasciare alle spalle la malattia dell’assistenza che ha progressivamente fatto scivolare le comunità verso la clochardizzazione organizzata sulla quale prosperano i professionisti della carità. Si ripete: “Trade not aid”. Perfino i Millennium Development Goals sono rimasti sulla carta pur proponendo traguardi minimi. Non è l’intraprendenza a mancare se un antico proverbio africano afferma: “Se la tua pancia ha fame, interroga la tua mano”.La cooperazione dovrebbe imparare a comportarsi come ostetrica senza sostituirsi alla madre. “Andare in Africa e non affrontare in Europa i nodi dell’economia mondiale e della geopolitica planetaria non basta più. Andare in Africa significa smascherare le trappole della mondializzazione.” Mandela potrebbe a buon titolo ripetere a nome di tutti: “La verità è che non siamo ancora liberi: abbiamo conquistato soltanto la facoltà di essere liberi, il diritto di non essere oppressi… Abbiamo finalmente conseguito la nostra emancipazione politica e ci impegniamo a liberare tutto il nostro popolo dai rimanenti vincoli della miseria, della privazione, della sofferenza, della discriminazione sessuale e di ogni altro genere di discriminazione. Ma, mai e poi mai dovrà accadere che questa splendida terra conosca di nuovo l’oppressione dell’uomo sull’uomo.”

    Un’Africa alla deriva è un dramma per se stessa ma anche un pericolo per il mondo e, soprattutto, per la vicina Europa. L’Africa è una terra di grande disperazione, in cui la gente vede accorciare la propria speranza di vita. Si pensi all’Aids. Ci sono trenta milioni di sieropositivi o malati. Dal 1996 sono ormai disponibili in Occidente i farmaci per la cura dell’Aids. Ma costano e in Africa si è preferito concentrarsi sulle campagne preventive, che sono state un fallimento, come quelle del presidente sudafricano Thabo Mbeki – poi corretto da Zuma – che invitava i connazionali sofferenti, in nome di un negazionismo a sfondo africanista, a combattere l’Aids con l’aglio. Non è quindi un caso che nel 1998 l’esordio terroristico del fronte islamico internazionale contro ebrei e “crociati” abbia colpito in Africa, con gli attentati che distrussero le ambasciate americane di Dar al-Salām e Nairobi. In Malawi la speranza di vita è crollata ancora dal 2000 ad oggi, da 40 anni a 36. Su 100 bambini ne nascono 11 infettati dall’Hiv. Per questo l’Islam radicale può proporsi agli africani come ideologia di liberazione e diventare la risposta, illusoria ma esaltante, alle domande dei giovani riguardo al loro futuro. In precedenza il marxismo aveva fatto sognare che si potesse conquistare una vita dignitosa senza passare per il capitalismo. Avevo offerto garanzie considerate “scientifiche” per il futuro. Tutto sommato “i tratti caratteristici dell’Islam africano sono un elemento di resistenza al radicalismo. Tuttavia non vanno sottovalutati gli effetti dell’impegno saudita, il quale comunica il rigorismo religioso wahhabbita con un forte impatto emotivo sulle giovani generazioni.”

    Si pensi al grande e ricco Congo che ha attraversato gli anni terribili di Mobutu e la guerra dal 1997 al 2002 con quasi 3 milioni di morti, di cui solo il 6% in battaglia. Troppe quindi le aree assolutamente fuori controllo. Per questo è illusorio pensare che la crisi africana lasci l’Europa immune. Significa sottovalutare la comunicatività dei mondi e la permeabilità delle frontiere. Le radici di un fenomeno immigratorio di proporzioni bibliche, e per di più concentrato in un lasso di tempo assai breve, sono così messe a nudo. Le crisi intanto si susseguono. Alcune, come quella del Congo, paiono chiuse o tamponate. Ma altre se ne aprono. Dal 2002 quella ivoriana ha provocato 4 milioni i profughi; quella liberiana 3 milioni. Ma le emigrazioni non si arrestano. La scelta di emigrare spesso fa correre grandi rischi: viaggi difficili, attraverso il deserto, nelle mani di mercenari senza scrupoli, con le carrette del mare. Ma si tenta lo stesso, perché molti africani non credono più al futuro del proprio Paese. E pensare che nel 1960 quattordici Stati, con 120 milioni di cittadini, divennero liberi. Ha scritto un grande letterato africano, Kourouma: “Pensavamo ingenuamente, all’epoca, che l’indipendenza avrebbe sistemato tutti problemi”. In realtà le rimesse degli emigrati sono divenute un fenomeno di grande rilievo e hanno superato gli aiuti pubblici allo sviluppo, rappresentando più della metà degli investimenti diretti esteri. La loro diffusione capillare e soprattutto la gestione da parte delle famiglie le mettono al riparo dalle interferenze dei governi corrotti.

    E però l’Africa non è “tutta nera” ed è attraversata da grandi disparità e da grandi rivalità interne. Paesi stabili, come il Sudafrica, possono esercitare il ruolo di potenze regionali. L’Uganda è attualmente un Paese forte, retto da una leadership, il presidente Museweni, tanto acuta quanto ambiziosa. Eppure tormentato nel Nord, al confine con il Sudan, da una guerriglia etnica fondamentalista cristiana, che ha prodotto un milione e mezzo di profughi. Ci sono paesi che hanno potuto godere di uno sviluppo privo di vicende traumatiche, come Kenya, Tanzania e Senegal. La Nigeria – il settimo produttore di petrolio nel mondo – è scossa da difficoltà interne, tra cui il conflitto tra musulmani e cristiani, ma resta una potenza con cui fare i conti.

    Da una decina d’anni si ripete nelle cancellerie lo slogan: “L’Africa agli africani”. È un’espressione ricalcata sulla dottrina Monroe, secondo cui veniva escluso un intervento non americano in America Latina. Eppure l’Europa, con l’esaurimento della visione imperiale, non sa pensare in modo nuovo la sua presenza in Africa. Non si dimentichi che alla conferenza di Berlino (1885) il problema era assegnare ai sovrani d’Europa ciascuno una grande montagna, dal Kenia al Kilimangiaro al Ruwenzori, quasi si trattasse di redigere una mappa per conto del Club Alpino. Resta ancora da fare – e i tempi stringono – i conti con la sensibilità maturata nelle società civili africane.

    di Giovanni Bianchi



    A cura di Wladimiro Settimelli, Fortebraccio & lorsignori. I corsivi su L’Unità di un grande maestro di satira politica, Nuova Iniziativa Editoriale, Milano, 2002, p. 125.

    Jean-Léonard Touadi, L’Africa in pista, SEI, Torino, 2006, p. 4.

    Ibidem, p. 5.

    Ibidem, p. 5.

    Ibidem, p. 9.

    Axelle Kabou, E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo?, L’Harmattan, Parigi, 1955, cit. in ibidem, p.11.

    Jean-Léonard Touadi, L’Africa in pista, op. cit, p. 11.

    Ibidem, p. 21.

    Joseph Ki-Zerbo, Lezione di storia africana, pronunciata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza” nell’aprile del 2000.

    Ibidem.

    Ibidem, p. 27.

    Ruth Iyob, L’ornamento dell’impero: la rappresentazione della donna nell’Africa italiana, in “afriche e orienti”, n. 1/2007, p. 30.

    Ibidem, pp. 33-36.

    Frantz Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino, 1975, p. 113.

    Jean-Léonard Touadi, L’africa in pista, op. cit., p. 55.

    Jean-Loup Amselle, Connessioni (Antropologia dell’Università delle culture), Bollati Boringhieri, Torino, 2001, p. 77, cit. in Jean-Léonard Touadi, op. cit., p. 60.

    Ibidem, p. 74.

    Ibidem, p. 77.

    Ibidem, p. 78.

    Andrea Riccardi, Eurafrica, in “liMes”, n. 3, 2006, p.83.

    Ibidem, p.84.