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	<description>Centro Studi Problemi Internazionali</description>
	<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 10:26:34 +0000</pubDate>
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		<title>I nuovi abitanti dell’Hinterland    di Aldo Silvani</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 09:44:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Storie di migranti a Sesto San Giovanni
Le immigrazioni sono sempre state alla base della costruzione dell’identità di Sesto San Giovanni e dell’Hinterland milanese. Le migrazioni interne, delle quali il lavoro è stato catalizzatore, hanno portato, nel giro di poco più di mezzo secolo a decuplicare la popolazione sestese. Il processo migratorio continua con l’arrivo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<address><em><strong>Storie di migranti a Sesto San Giovanni</strong></em></address>
<p>Le immigrazioni sono sempre state alla base della costruzione dell’identità di Sesto San Giovanni e dell’Hinterland milanese. Le migrazioni interne, delle quali il lavoro è stato catalizzatore, hanno portato, nel giro di poco più di mezzo secolo a decuplicare la popolazione sestese. Il processo migratorio continua con l’arrivo di migranti, non più italiani, ma provenienti da Sud del mondo.</p>
<p>L’impatto dei nuovi migranti con la realtà è spesso faticoso, problematico, ma anche potenzialmente ricco di positività per una società come la nostra che sta attraversando un lungo momento di stagnazione. Soprattutto il processo migratorio è inarrestabile.</p>
<p>Le storie dei migranti raccolte bene esprimono le motivazioni, le aspettative, le ansie, le delusioni, ma anche le speranze e spesso un ottimismo insospettabile in persone che vivono esperienze cosi difficili. Soprattutto emergono a tutto tondo persone, ritratti pieni di calda umanità, che ci dicono come esse possano essere una risorsa più che un problema.</p>
<p>L’inserimento dei nuovi migranti nel tessuto sociale di Sesto San Giovanni non contraddice, anzi nuovamente afferma che l’identità della nostra città sta proprio nella sua capacità di accogliere e integrare.</p>
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		<title>Evento 23 gennaio 2012 &#8220;PER IL GIORNO DELLA MEMORIA&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 13:18:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>

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		<description><![CDATA[All’interno del Giorno della Memoria il compito del CESPI è “allargare lo sguardo ad altri contesti storici e geografici in cui si sono  riprodotti  gli  orrori dell’universo concentrazionario”. L’incontro del 23 gennaio 2012, magistralmente  condotto dalla prof. Emilia Perassi,  ci ha fatto intuire la realtà dei campi di concentramento in Argentina durante gli anni della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><span>All’interno del Giorno della Memoria il compito del CESPI è “allargare lo sguardo ad altri contesti storici e geografici in cui si sono  riprodotti  gli  orrori dell’universo concentrazionario”. L’incontro del 23 gennaio 2012, magistralmente  condotto dalla prof. Emilia Perassi,  ci ha fatto intuire la realtà dei campi di concentramento in Argentina durante gli anni della dittatura militare, ma anche la capacità di r-esistere della madri e delle abuelas di Plaza de Mayo con lo scopo di continuare l’impegno dei figli, a loro tolti,  per i diritti civili e umani . La serata è stata arricchita anche dagli aneddoti, provenienti da esperienze di vita, del nostro Sindaco, Giorgio Oldrini che in quegli anni era corrispondente dall’Argentina. L’attenzione dei presenti  è stata  focalizzata sul “paradosso del testimone”, ben esemplificato nella ricca bibliografia  riportata di seguito.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><span>BIBLIOGRAFIA DELLA Prof. Emilia Perassi, riferita all’incontro <strong><em>“Per non dimenticare: campi di concentramento in Argentina. Testimonianze di sopravvissute”</em></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><span> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><span>V. Donda, <em>Il mio nome è Victoria</em>, Corbaccio, Milano, 2003.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><span>B. Calandra, <em>La memoria ostinata: H.I.J.O.S., i figli dei desaparecidos argentini</em>, Carocci, Roma, 2006.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><span>M. Novaros, <em>La dittatura argentina ( 1976 – 1983 )</em>, Carocci, Roma, 2006.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><span>E. Calamai, <strong><em><span>Niente asilo politico: diario di un console italiano nell&#8217;Argentina dei desaparecidos</span></em></strong><strong><span>, Editori Riuniti, Roma, 2004.</span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><strong><span>M. Carlotto, <em>Più di mille giovedì: la storia delle madres de Plaza de Mayo</em>, Angolo Manzoni, Torino, 2004.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><strong><span>M. Carlotto, <em>Le irregolari: Buenos Aires horror tour</em>, E/O, Roma, 2011.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><strong><span>C. Tallone, V. Vigevani Jarach, <em>Il silenzio infranto. Il dramma dei desparecidos italiani in Argentina</em>, S. Zamorani, Torino, 2005.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><strong><span>H. Verbitsky, <em>Il volo: le rivelazioni di un militare pentito sulla fine dei desaparecidos</em>, Feltrinelli, Milano, 2001.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><strong><span>H. Verbitsky, <em>L’isola del silenzio: il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina</em>, Fandango, Roma, 2006.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><strong><span>D. Padoan, <em>Le pazze: incontro con le madri di Plaza de Mayo</em>, Bompiani, Milano, 2006.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><strong><span lang="FR">M. Actis &#8230; </span></strong><strong><span>[et al.], <em>Le reaparecide</em>, Stampa alternativa, Viterbo, 2005.</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><strong><em><span>Memoria del buio: opera collettiva di 112 prigioniere politiche argentine: 1974-1983</span></em></strong><strong><span>, Sperling &amp; Kupfer, Milano, 2008.</span></strong><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; "><span> </span></p>
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		<title>CAMPI DI CONCENTRAMENTO IN ARGENTINA -Testimonianze di sopravvissute</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 11:51:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>

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		<description><![CDATA[LUNEDI&#8217; 23 GENNAIO ALLE ORE 21:00
SPAZIO CONTEMPORANEO C. TALAMUCCI 
VILLA VISCONTI D&#8217;ARAGONA - VIA DANTE N. 6 SESTO SAN GIOVANNI - 
PER IL GIORNO DELLA MEMORIA
Fra il 1976 e il 1983, nell’Argentina annichilita dalla dittatura militare funzionarono trecentoquaranta campi di sterminio, nei quali transitarono migliaia di persone, sottoposte a tormento indicibile e assassinate. L’universo concentrazionario, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>LUNEDI&#8217; 23 GENNAIO ALLE ORE 21:00</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>SPAZIO CONTEMPORANEO C. TALAMUCCI </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VILLA VISCONTI D&#8217;ARAGONA - VIA DANTE N. 6 SESTO SAN GIOVANNI - </strong></p>
<p>PER IL GIORNO DELLA MEMORIA</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Fra il 1976 e il 1983, nell’Argentina annichilita dalla dittatura militare funzionarono trecentoquaranta campi di sterminio, nei quali transitarono migliaia di persone, sottoposte a tormento indicibile e assassinate. L’universo concentrazionario, totalmente illegale, aveva come scopo quello di ‘riformare’ l’intera identità collettiva, decretando l’annullamento, la scomparsa, la <em>desaparición</em>, di chiunque fosse ritenuto non in linea con il progetto delle forze armate. La tecnologia del castigo applicata nei campi trova la sua più tragica espressione nella relazione, basata sulle testimonianze dei sopravvissuti, nota con il titolo di <em>Nunca más</em>, pubblicata nel 1985. Ad essa si accompagna l’insieme sempre più consistente di testi, anche letterari, ai quali viene affidato il compito di ‘testimoniare’, cioè di dire l’indicibile di quell’orrore e di quella violenza, allo scopo di non dimenticare. Un filo di luttuosa continuità lega l’universo concentrazionario nazi-fascista a quello argentino. Nella giornata della memoria è importante ricordare questa continuità del male, ed insieme i modi e i pensieri degli uomini e delle donne che non se ne fecero  distruggere.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Ne parleremo con Emilia Perassi, professore ordinario di letteratura ispanomericana presso l’Università Statale di Milano.</span></p>
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		<title>IN MEMORIA DI ENRICO GHIELMETTI</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 10:10:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>

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		<description><![CDATA[
IN MEMORIA DI ENRICO GHIELMETTI
Enrico Ghielmetti è mancato il 10 dicembre scorso. Valeria Allione, la sua più stretta collaboratrice per tanti anni, vuole ricordarlo insieme ad altri amici riproponendo un suo scritto che può esprimere il suo pensiero e il significato del suo operare da uomo giusto (Introduzione a “Etica e Scelte Economiche”, un saggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" align="center"><strong>IN MEMORIA DI ENRICO GHIELMETTI</strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: left;">Enrico Ghielmetti è mancato il 10 dicembre scorso. Valeria Allione, la sua più stretta collaboratrice per tanti anni, vuole ricordarlo insieme ad altri amici riproponendo un suo scritto che può esprimere il suo pensiero e il significato del suo operare da uomo giusto (Introduzione a “<strong>Etica e Scelte Economiche”, </strong>un saggio pubblicato dal CESPI nel 1996).</p>
<p class="MsoNormal"><em>Il valore fondamentale che fin dal 1974 accomunò gli studiosi italiani e stranieri disponibili a collaborare alla fondazione del CESPI fu e continua a essere la <strong>giustizia</strong>, vista come fattore determinante per lo sviluppo politico-economico mondiale e come premessa per l&#8217;instaurazione di una pace duratura tra i popoli . Ma la giustizia presuppone il riconoscimento incondizionato ed esplicito dell&#8217;<strong>Uomo</strong>: di ogni uomo, al di là di ogni differenza che non poche volte diviene causa di contrasti e tensioni, ma che per noi del CESPI è motivo di ricchezza culturale e spirituale, oltre che segno di apertura mentale e di maturazione umana.</em></p>
<p class="MsoNormal"><em>Per questo il CESPI ha fin dall&#8217;inizio profuso ogni sforzo atto a conoscere in profondità le culture presenti in questo nostro mondo così grande e al tempo stesso così piccolo&#8230;</em></p>
<p class="MsoNormal"><em> </em></p>
<p class="MsoNormal" align="center">*****</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Enrico Ghielmetti ci ha lasciati (ma non del tutto per  ragioni che si collocano su piani diversi). È  stato Presidente e fondatore del CESPI, che ebbe come prima sede  piazzale Dateo a Milano; con lui nell’impresa iniziale Bepi Tomai e dirigenti delle Acli provinciali di Milano, insieme a fuorusciti  dai Paesi dell’America Latina, tra i quali avrebbe assunto ben presto un ruolo di spicco Luis Gonzaga de Souza Lima, primo direttore. Come da lui voluto il CESPI è stato luogo laico di formazione e di incontro di culture. Non a caso, in anni successivi,  la prestigiosa guida di Enrica Collotti Pischel ha dato formazione a giovani che ancora oggi sono voci qualificate nella vita culturale del Paese.</p>
<p class="MsoNormal">Uomo d’azione, imprenditore generoso e munifico, nella schiera dei militanti cattolici che facevano riferimento all’ordine secolare di Giuseppe Lazzati, uno dei “professorini” di Dossetti all’Assemblea Costituente.  Enrico Ghielmetti ha abbinato alla vastità degli orizzonti geopolitici una instancabile attenzione alle persone e una costante, ottimistica ironia. E quando l’età avanzata e le malattie lo hanno visitato non ha mai smesso di occuparsi del CESPI, che nel frattempo aveva lasciato la metropoli per trasferirsi presso la Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni. Sempre attento e munifico, ha fino all’ultimo coniugato interessi politici, disponibilità personale e buonumore contagioso.</p>
<p class="MsoNormal">Per tutti questi motivi non cesserà d’accompagnarci ancora a lungo.</p>
<p class="MsoNormal">Giovanni Bianchi                                                                                                                                      Sesto San Giovanni, 12/12/11</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Riceviamo da <strong>Luiz De Souza Lima, primo direttore del Cespi</strong>:</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Carissimi amici<br />
Sono molto triste e addolorato. Ghielmetti era uomo speciale. Vivevamo molto lontano uno dall&#8217;altro, però sapevo che in qualche momento ci saremmo rivisti. Questa certezza non c&#8217;è più. Soltanto adesso mi accorgo di quanto grande era dentro di me questa certezza. Quando ho letto ieri sera la prima mail, ho capito che al posto di questa certezza é rimasto un grande vuoto.<br />
Qualche volta la vita riserva a me un rapporto speciale con gli avvenimenti. E vi racconto.<br />
Qua siamo in estate. Nela tarda sera del lunedì, la zona dove vivo - nella zona periferica, rurale, di Petropolis, una città di montagna che sta 80 km da Rio de Janeiro - è stata colpita da una tempesta tropicale. Gli alberi sono stati tolti dal suolo  dalla radice, hanno interrotto la piccola strada che porta alla nostra abitazione. Sono caduti cinque pali di luce proprio vicino a casa nostra. Purtroppo eravamo al centro della tempesta. Conclusione: siamo rimasti senza luce, senza acqua - giacché non si poteva far funzionare le pompe-, senza telefono. Parte degli eletrodomestici di casa sono tutti bruciati dalle scariche elettriche della tempesta. Abbiamo vissuto per due giorni come nell&#8217; 800. Soltanto ieri sera la luce è tornata.<br />
Al mattino di ieri, il 14 dicembre, mi sono ricordato del Cespi, e ho raccontato alla Cristina ed a João Luiz, mio figlio di 11 anni della fondazione del Cespi. Il Cespi è nato il 14 di dicembre del  1974. Era il compleanno del Cespi. Ho raccontato tanto su Ghielmetti. Della sua semplicità e del suo coraggio in collocarsi di fronte a un gruppo di amici suoi a Milano per appoggiare una esperienza come quella del Cespi. Ho raccontato come l&#8217;ho conosciuto – a Taizé -  e del gruppo che Ghielmetti ha messo in piedi - Sandro Balossi, Luigi Gatti e Giuseppe Bossi -. Ma era Ghielmetti l’anima del gruppo. La fiducia che lui aveva in me mi ha portato a fare, a costruire, cose di cui non m’immaginavo capace. Guidare la costruzione di una istituzione a Milano è stata una delle più belle esperienze della mia vita.<br />
Ebbene, quando è arrivata la sera, verso le sette, è ritornata la luce. Siamo riusciti a connettere a internet con un modem del portatile. E ho saputo. Ha voluto il destino che io sapessi della morte di Ghielmetti nel giorno del compleanno del Cespi. Lo prendo come un omaggio del destino all&#8217;amicizia che per sempre dedicherò alla persona meravigliosa che era Enrico Ghielmetti.<br />
Saluto a tutti. Appena le cose si sistemano qua, scriverò degli appunti sulla fondazione del Cespi, sulla storia istituzionale; sul perché, sui fondamenti del CESPI Ghielmetti ha già parlato nel suo bel e breve testo.<br />
Saudades e tristeza.</p>
<p class="MsoNormal">Un abbraccio fraterno a tutti voi,<br />
Luiz</p>
<p><span>Petropolis 15/12/2011</span></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
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		<title>“La guerra dell’acqua e del petrolio. Bolivia ed Ecuador tra risorse e sfruttamento”</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 15:23:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[News]]></category>

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&#8220;La guerra dell’acqua e del petrolio&#8221;
&#8220;Bolivia ed Ecuador tra risorse e sfruttamento”
a cura di   Gianni Tarquini, Edilet, maggio 2011,        14 euro




Nota biografica del curatore: Gianni Tarquini è nato a Frosinone, laureato in Scienze Politiche si specializza in storia e in tematiche internazionali legate allo sviluppo. Coordina progetti in Ecuador per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><!--[if gte vml 1]><v:shapetype  id="_x0000_t75" coordsize="21600,21600" o:spt="75" o:preferrelative="t"  path="m@4@5l@4@11@9@11@9@5xe" filled="f" stroked="f"> <v:stroke joinstyle="miter" /> <v:formulas> <v:f eqn="if lineDrawn pixelLineWidth 0" /> <v:f eqn="sum @0 1 0" /> <v:f eqn="sum 0 0 @1" /> <v:f eqn="prod @2 1 2" /> <v:f eqn="prod @3 21600 pixelWidth" /> <v:f eqn="prod @3 21600 pixelHeight" /> <v:f eqn="sum @0 0 1" /> <v:f eqn="prod @6 1 2" /> <v:f eqn="prod @7 21600 pixelWidth" /> <v:f eqn="sum @8 21600 0" /> <v:f eqn="prod @7 21600 pixelHeight" /> <v:f eqn="sum @10 21600 0" /> </v:formulas> <v:path o:extrusionok="f" gradientshapeok="t" o:connecttype="rect" /> <o:lock v:ext="edit" aspectratio="t" /> </v:shapetype><v:shape id="_x0000_i1025" type="#_x0000_t75" style='width:135.75pt;  height:225pt'> <v:imagedata src="file:///C:\DOCUME~1\utente\IMPOST~1\Temp\msohtml1\01\clip_image001.png" mce_src="file:///C:\DOCUME~1\utente\IMPOST~1\Temp\msohtml1\01\clip_image001.png"   o:title="" /> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal"><a href="http://www.cespi-ong.org/wp-content/uploads/2011/12/603.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1229" title="603" src="http://www.cespi-ong.org/wp-content/uploads/2011/12/603.jpg" alt="603" width="121" height="150" /></a></p>
<p class="MsoNormal">&#8220;La guerra dell’acqua e del petrolio&#8221;</p>
<p class="MsoNormal"><em>&#8220;Bolivia ed Ecuador tra risorse e sfruttamento”</em></p>
<p class="MsoNormal">a cura di   Gianni Tarquini, Edilet, maggio 2011,        14 euro</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><!--[if gte vml 1]><v:shape id="_x0000_i1026" type="#_x0000_t75"  style='width:48pt;height:60pt'> <v:imagedata src="file:///C:\DOCUME~1\utente\IMPOST~1\Temp\msohtml1\01\clip_image003.png" mce_src="file:///C:\DOCUME~1\utente\IMPOST~1\Temp\msohtml1\01\clip_image003.png"   o:title="" /> </v:shape><![endif]--><!--[if !vml]--><!--[endif]--></em><strong><span>Nota biografica del curatore</span></strong><span>: Gianni Tarquini è nato a Frosinone, laureato in Scienze Politiche si specializza in storia e in tematiche internazionali legate allo sviluppo. Coordina progetti in Ecuador per la comunità Capodarco di Roma dal 1998 al 2001. È cooperante internazionale con altre Ong e conosce tutti i Paesi del Sud America. Dal 2003 al 2005 vive in Uruguay. È stato Segretario generale del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza e osservatore elettorale in Albania. Dal 2010 è uno dei componenti del Cda del Coordinamento Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale. Scrive per diverse testate (Solidarietà internazionale, Cassandra, Il Manifesto, Carta), nelle sezioni internazionali di siti web (Emigrazione notizie, Dazebao) e per siti specializzati sull&#8217;America latina (Selvas.org, RadioMundoReal.fm). Nel 2005 promuove la versione italiana dei testi di RadioMundoReal in collaborazione con Traduttori per la Pace. Coordina nel 2007 la carovana giornalistica Inviati speciali. Missione di verifica su ambiente, salute e diritti umani in Ecuador. Dal 2009 è uno dei curatori e conduttori della trasmissione radiofonica settimanale Bucanero. Tracce e passaggi dal continente latinoamericano su Radio Popolare Roma. È tra i fondatori di Terre Madri. Recentissimo (fine novembre 2011). Infine, fa parte del Comitato Scientifico del CESPI (Centro Studi Problemi Internazionali) di Sesto San Giovanni - Milano. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span>RECENSIONE DEL LIBRO</span></strong><span>: </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span>di Cristina Carpinelli </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>Leggendo questo libro, sembra pienamente confermata l’affermazione del socialista Jean Jaurés, secondo cui «il capitalismo porta con sé la guerra come il nembo il temporale». La sua inesorabile tara originaria è tale «che nel suo stesso seno si affrontino le concorrenze di dominazione e di controllo di mercati, di spazi e di risorse umane». La mondializzazione del capitalismo, che ha prodotto «polarizzazione sociale» e «adattamento dell’intero pianeta al liberismo economico», è la conseguenza di un’architettura che non riconosce per fondamento morale niente altro che i valori generati dalle sue stesse necessità. I danni economici e sociali non sono «disfunzioni», ma il prodotto di un tentativo di ricolonizzazione del mondo per opera del capitalismo predatorio internazionale. La crisi climatica, la lotta per l’accaparramento delle risorse si analizzano come crisi sociali globali e come prodotto di un sistema dove l’abbondanza non può e non deve essere condivisa e che quindi ha bisogno di organizzare un mercato delle materie prime su un modello di rapina che getta nell’estrema povertà miliardi di esseri umani. Bisogna, infine, disegnare uno spazio giuridico globale, in cui plasmare nuove forme di lex mercatoria, attraverso cui i marchands de droit – come li ha chiamati Yves Sezalay – accordano una netta prevalenza al diritto commerciale rispetto al diritto del lavoro, e al diritto privato rispetto al diritto pubblico arrivando a legittimare, ad esempio, la privatizzazione dell’acqua. Tuttavia, la globalizzazione non ha ridotto lo scontro fra i paesi per conservare o guadagnarsi il dominio sulle risorse. Dunque, nessuna «fine della storia» – secondo la tesi di Fukuyama. Anzi, come si ricava dalle testimonianze raccolte in questo libro, la «storia sta per avere inizio». E Bolivia ed Ecuador segnano questo inizio. I saggi e le interviste sulla «guerra dell’acqua» e sullo sfruttamento petrolifero riferiscono del riscatto di questi due paesi che hanno fondato la loro rinascita su un modello di convivenza che poggia sulla ritrovata vitalità e il protagonismo delle popolazioni indigene e sulla loro cultura «resistente». Il volume non si limita a un «resoconto» sulla lotta di popoli per riprendersi risorse nazionali espropriate ma traccia un approccio alternativo a quello dominante nel rapporto e nell’utilizzo delle risorse della natura, entro cui emerge chiaramente un’idea diversa di società e di economia, sancita da nuove Costituzioni e nuovi vocabolari, quelli dei «beni comuni» e del «Buen Vivir». È un libro che parla di paesi e popoli originari da secoli spregiativamente identificati con immobilità, sottosviluppo e tradizione, poiché hanno respinto un’idea di modernità incardinata sulla superiorità occidentale rispetto al resto del mondo, e che lottano contro gli agenti della pianificazione dello sfruttamento scientifico del lavoro e della natura, che passa pure attraverso la spoliazione e la privatizzazione di risorse inalienabili. L’ineguaglianza, propria del sistema capitalista, si estende ai rapporti fra le nazioni, e dentro le nazioni fra territori, etnie, gruppi sociali. Il pluralismo nel mondo del capitale è solo «pluralità di capitali» e non lascia spazio all’uguaglianza come «alleanza delle diversità e delle differenti culture» che si pone invece come opzione centrale nelle proposte elaborate da Bolivia ed Ecuador. E proprio l’esperienza dei due paesi andini ci induce a riflettere su questa alternativa come progetto dell’umanità per vivere meglio. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span>Fonte</span></strong><span>: <em>il manifesto – Le Monde Diplomatique</em> (giugno 2011).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span>http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Giugno-2011/pagina.php?cosa=1106lm23.02.html</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><span> </span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><span>(Il testo che segue è un brano tratto dal libro <a href="http://www.edilet.it/pubblicazioni.asp?action=readone&amp;idcollana=12&amp;idautore=72&amp;idpubblicazione=89"><em><span>La guerra dell’acqua e del petrolio – Bolivia ed Ecuador tra risorse e sfruttamento</span></em></a>, a cura di Gianni Tarquini con prefazione di Fausto Bertinotti e Patrizia Sentinelli, Edilet, maggio 2011).</span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Un libro che parla di acqua, petrolio e gestione delle risorse naturali guarda al futuro prossimo del nostro pianeta indagando sugli elementi chiave che sono già oggi alla base dei conflitti e dello scontro per conservare o guadagnarsi l’egemonia. Il petrolio e il suo accaparramento restano fondamentali nello scacchiere geopolitico, con l’occidente che, lungi dall’affrancarsene, ne resta fortemente dipendente, affannandosi nell’impiego di sempre più sofisticate tecnologie e risorse per lo sfruttamento di fonti sabbiose, bitumose o in profondità marine, finora ritenute economicamente non convenienti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Le guerre e le tensioni internazionali degli ultimi anni lo vedono sempre, sullo sfondo, come protagonista. L’acqua è il bene su cui si giocano gli scenari dei prossimi decenni e verso cui le ‘intelligence’ dei Paesi egemonici hanno già operato mappature planetarie e forme di controllo a danno delle società e dei sistemi che tradizionalmente l’uomo aveva sviluppato per gestirlo come bene comunitario e naturale. Questa raccolta di saggi e di interviste si occupa di tali problematiche (in maniera specifica con le due sostanziose ricerche di Ciervo, sulla guerra dell’acqua a Cochabamba, e Colleoni-Proaño, sull’influsso delle compagnie petrolifere nei confronti delle popolazioni amazzoniche ecuadoriane), partendo dal riscatto di due Paesi, la Bolivia e l’Ecuador, che hanno fondato la loro rinascita politica, sociale e culturale su un nuovo modello di convivenza, che si poggia sulla ritrovata vitalità e il protagonismo delle popolazioni indigene e sulla loro cultura ‘resistente’.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Dopo secoli di sottomissione sono capaci, infatti, di proporre modalità relazionali valide e alternative al sistema produttivo vigente, proprio nel momento in cui questo vive una crisi legata alla sua eccessiva espansione e, soprattutto, al rischio di rottura dell’equilibrio ambientale connesso all’accaparramento insensato delle risorse naturali. Bolivia ed Ecuador, seppur con modalità differenti, grazie ai ‘saperi’ dei popoli originari emergono oggi con tutta la loro saggezza di vicinanza alla terra che noi occidentali abbiamo perso nell’ubriacatura della modernità tecnologica e consumistica e rappresentano una punta avanzata nel nuovo corso politico latinoamericano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>L’America latina è stata storicamente, ed è tuttora, un immenso patrimonio di biodiversità, risorse naturali, fonti energetiche, ricchezze vecchie e nuove, cibo inesistente nel resto del mondo (come la patata e il pomodoro), argento, legno, rame, gas, illimitati appezzamenti di terra coltivabile, litio, petrolio e acqua. Le popolazioni originarie sono state nei secoli custodi di questo straordinario tesoro della Pachamama, la Madre Terra, e ne hanno saputo trarre le risorse necessarie alla sopravvivenza e la loro cosmovisione, preservandole, fino all’irruzione della società del consumo e della produzione con le sue imprese multinazionali, il commercio internazionale, la differenziazione di classe e la spasmodica necessità di appropriarsi di queste risorse.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Quasi inaspettatamente l’Ecuador e la Bolivia, con un’evoluzione politica che ha portato i due Stati a una rifondazione del patto di convivenza nazionale rappresentato dal varo di nuove Costituzioni, a fine del 2008 e nel 2009, si propongono di cambiare il paradigma dello sfruttamento delle loro tante ricchezze naturali e hanno già operato per modificarne il controllo e lo sfruttamento. La strada ci sembra ben segnata, ma il cammino è solo all’inizio. Restano, infatti, contraddizioni e confitti tra le politiche estrattive dei governi in carica – che puntano al riscatto nazionale e al recupero della sovranità ma perpetuano nell’utilizzo delle risorse naturali -, e il movimento indigeno, impegnato nella strenua difesa dell’ambiente e nella creazione di relazioni sociali che siano rispettose, come ha ricordato Eduardo Galeano in questo libro, della maggioranza autoctona e del pluralismo culturale, per troppi secoli tradito, e della sacralità della natura, per troppi secoli profanata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Gli importanti cambiamenti che stanno avvenendo nei due Paesi andini, negli equilibri tra i gruppi sociali e nel rapporto con le risorse della terra per un loro maggior rispetto, comportano ripensamenti sul piano etico e sul ‘fare’ della storia che vanno oltre i due piccoli Paesi e meriterebbero una maggiore attenzione da parte degli studiosi e dei politici del mondo. Ma se la cultura egemone degli ultimi cinque secoli ha ignorato ed emarginato le culture originarie colonizzate in America latina, queste hanno saputo conservarsi, resistere e proporsi in forme sincretiche e innovative. Proprio per questo motivo il volume dedica spazio alla storia degli indigeni della Bolivia e dell’Ecuador, alle loro rivolte contro le diverse fasi della colonizzazione e ai movimenti e alle organizzazioni politiche che hanno preso forza negli ultimi decenni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Senza conoscere le tappe fondamentali del movimento indigeno sarebbe arduo comprendere a fondo la loro vicinanza alla Madre Terra, il rispetto per la natura e la loro incomprensione verso le forme di sfruttamento a larga scala. Ed è da questa storia, dalla forza e dalla politica dei movimenti indigeni e dei nuovi governi che provengono le straordinarie proposte che hanno saputo imporsi al mondo negli ultimi mesi, quali il riconoscimento dell’accesso all’acqua come diritto umano universale e fondamentale – voluto dalla Bolivia e votato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 con 122 voti a favore, 41 astenuti e nessuno contrario -, e l’accordo del 3 agosto 2010 tra Ecuador e UNDP, supportato da molti Stati e associazioni di tutto il pianeta e che potrebbe essere da esempio per tutti, che vede la rinuncia all’estrazione di uno dei giacimenti di petrolio più importanti del sudamerica per proteggere il parco dello Yasuní, di 950 mila ettari – all’interno della foresta amazzonica ecuadoriana -, dove vivono diverse comunità indigene e dove è presente una delle più importanti aree di biodiversità del mondo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Il 2010, anno internazionale della biodiversità, non sarà certo ricordato per l’impegno dei Paesi più ricchi a favore della sua preservazione (il fallimento del vertice di Copenaghen per il clima e il basso profilo di Cancùn lo confermano), mentre le due iniziative di Bolivia ed Ecuador, insieme alla mobilitazione in occasione della “Conferenza mondiale dei popoli sul cambio climatico e i diritti della Madre Terra” tenutasi a Cochabamba, a dieci anni e nella stessa città della vittoria dei movimenti nella guerra dell’acqua, e da cui è scaturito il rafforzamento della proposta di un Tribunale mondiale per la Giustizia Climatica e Ambientale, rappresentano atti importanti e un’inversione di tendenza nei confronti dell’acqua, dello sfruttamento petrolifero, dell’equilibrio da mantenere verso l’ambiente e le sue risorse.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Le pagine del libro raccolgono analisi attente e osservazione della concretezza. Se a volte si avrà la sensazione di alcuni passaggi ‘militanti’ essi sono ‘militanti della realtà dei fatti’ e mai derivanti da una visione precostituita, proprio per la complessità e la dinamicità degli argomenti che abbiamo affrontato. Gli autori sono affermati studiosi delle tematiche sociali e antropologiche indigene di spessore internazionale e testimoni diretti dei fatti (Albó, Cerbino), ricercatori che hanno realizzato uno studio approfondito e sul campo sul tema che propongono (Angelucci, Ciervo, Colleoni, Martone, Tarantino) o protagonisti diretti dei fatti storici che raccontiamo (Santi, Proaño, Fernández, Rivera). Ci è sembrato utile iniziare con l’interessante intervista a Francesco Martone, membro del Tribunale Permanente dei Popoli, perché partendo dalle responsabilità di alcune transnazionali italiane ed europee nei confronti dell’ambiente e delle popolazioni autoctone, fossero da subito chiari il metodo predatorio operato dalle imprese nei confronti delle ricchezze ambientali e il tipo di relazione cui sono stati sottoposti da sempre i popoli originari della Bolivia e dell’Ecuador. La speranza è che questo libro possa contribuire alla conoscenza dei nuovi modelli di convivenza proposti dalla cultura dei popoli originari e la storia da cui provengono. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span>Modelli che, pur contaminati da elementi e forme della cultura occidentale, cercano cammini alternativi al sistema egemonico basandosi principalmente su un nuovo approccio nel rapporto e nell’utilizzo delle risorse della natura.</span></p>
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		<title>Intervento di Massimo Congiu</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 15:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>

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		<description><![CDATA[Incontro su “Quo Vadis Europa?” (18 novembre 2011) organizzato dalla Biblioteca civica di Sesto e dal CESPI
Analizzare la situazione dei paesi ex socialisti è utile per una riflessione su cosa sia l’Europa oggi, cosa voglia essere e rappresentare. Può insomma aiutare a capire dove voglia andare l’Europa.
A questo proposito va ricordato che tali paesi sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Incontro su “Quo Vadis Europa?” (18 novembre 2011) organizzato dalla Biblioteca civica di Sesto e dal CESPI</p>
<p class="ParagrafoelencoCxSpPrimo"><span>Analizzare la situazione dei paesi ex socialisti è utile per una riflessione su cosa sia l’Europa oggi, cosa voglia essere e rappresentare. Può insomma aiutare a capire dove voglia andare l’Europa.</span></p>
<p class="ParagrafoelencoCxSpMedio"><span>A questo proposito va ricordato che tali paesi sono entrati a far parte dell’Ue in due fasi: la prima nel maggio del 2004 e ha riguardato Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, i tre Stati baltici e la Slovenia, la seconda il primo gennaio del 2007 con l’ingresso nell’Unione della Romania e della Bulgaria. Risulta utile sottolineare il fatto che l’allargamento dell’Unione a Est è iniziato in ritardo rispetto a quello della Nato: ricorderemo, infatti, che le prime adesioni all’Ue hanno avuto luogo nella primavera del 1999 e sono state quelle di Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia contestualmente ad un periodo che anticipava di poco l’inizio dei bombardamenti aerei della Nato sulla Jugoslavia di Milosevič. In tal senso, si può dire che la Nato abbia avuto una strategia più tempestiva e, quindi, tempi decisionali più brevi. </span></p>
<p class="ParagrafoelencoCxSpMedio"><span>Gli osservatori dell’area ricordano molto bene il clima esistente nei paesi in questione nel periodo precedente la loro adesione all’Ue. Lo ricordano, soprattutto, coloro i quali hanno seguito nei luoghi interessati le varie fasi di avvicinamento all’Unione. Personalmente ricordo bene anche le reazioni della gente al momento dell’adesione: nessun particolare entusiasmo, una buona dose di indifferenza, tutt’al più la consapevolezza diffusa che non vi erano altre soluzioni per il futuro di ciascuno di questi paesi. Questo era per lo meno ciò che si sentiva dire: non possiamo fare diversamente, è un passo obbligato. Gli stessi referendum svoltisi nel corso del 2003 nei paesi interessati sull’opportunità dell’adesione sono stati caratterizzati nella maggior parte dei casi da un marcato astensionismo. Ciò dimostra la scarsa confidenza con lo strumento del voto, ossia lo strumento principe della democrazia partecipativa e la considerevole indifferenza nei confronti dell’adesione. In effetti è mancato il coinvolgimento popolare in un progetto politico così significativo e tale da cambiare molte cose nella vita politica di questi paesi. Nel 2004 un deputato comunista slovacco accusò il suo governo di aver presentato all’opinione pubblica il progetto di adesione all’Ue con lo stile e le modalità di chi deve fare pubblicità a un nuovo tipo di hamburger. </span></p>
<p class="ParagrafoelencoCxSpUltimo"><span>Anche in tale circostanza il dialogo, lo scambio tra potere e base, tra autorità e opinione pubblica è stato minimo, vi sono state delle iniziative come, per esempio, l’apertura di sportelli concepiti per dare informazioni sull’Ue, ma in fin dei conti l’operato dei governi di questi paesi non ha favorito la riflessione collettiva, la nascita di nuove consapevolezze, non ha, insomma, agevolato un processo di partecipazione collettiva e, dall’altra, buona parte dell’opinione pubblica appariva ben poco interessata a quelle che venivano definite decisioni prese dal potere a prescindere. Non abbiamo insomma assistito a momenti di forte volontà collettiva né alla nascita di illusioni e speranze essendosi esaurite, queste ultime, negli anni immediatamente successivi alla caduta dei regimi, quando il clima di euforia generale portò i cittadini di tali paesi a pensare che in capo a una decina d’anni si sarebbe potuto raggiungere il livello di vita dell’Austria. I fatti dimostrano che ciò non è accaduto. Ricordo i festeggiamenti nella capitale magiara il primo maggio del 2004: sembrava di assistere a una delle tante manifestazioni organizzate dal comune di Budapest. Tanta gente per strada come ce n’è di solito nelle occasioni appena menzionate: gli ungheresi sono sempre stati molto recettivi da questo punto di vista. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Da allora sono accadute diverse cose, il numero delle consapevolezze politiche a livello di opinione pubblica non è aumentato di molto né mi pare si sia attivato un rapporto particolare con l’Ue almeno sul piano popolare. Forse in alcuni casi un rapporto utilitaristico riguardante le possibilità che l’Ue dà in determinati campi della vita economica. Ricordiamo anche il forte senso di disagio dei nuovi entrati nell’Ue di fronte alla iniziale chiusura delle frontiere da parte dei vecchi membri ai lavoratori ungheresi, polacchi, cechi e degli altri paesi ex socialisti. “Non doveva trattarsi di un’Europa unita?” si chiedevano i politici degli Stati di nuova adesione. Ricorderemo anche le paure occidentali dell’idraulico polacco. Chi per motivi di lavoro ha frequentato i paesi ex socialisti ricorda la sensazione di questi ultimi di essere entrati a far parte dell’Unione come entità di seconda categoria. Riguardo alle propensioni dei cittadini dei paesi dell’Europa centro-orientale a cercare lavoro all’estero si può segnalare il fatto che secondo una delle ultime rilevazioni </span><span>in Slovacchia, per esempio, due persone su tre ritengono di poter trovare un impiego più facilmente altrove. Le motivazioni che spingono i cittadini dei nuovi paesi membri a cercare una soluzione lavorativa più a occidente risiedono soprattutto nelle migliori possibilità di guadagno; i dati diffusi di recente dall’agenzia di stampa slovacca SITA rendono noto il fatto che una persona su cinque in Lettonia e Lituania e una su quattro nella Repubblica Ceca andrebbero a lavorare all’estero se ciò significasse ricevere uno stipendio pari a tre volte quello che guadagnano in patria. L’aspetto economico è, quindi, prevedibilmente, la ragione principale, mentre nel caso dei cittadini dei vecchi membri dell’Ue, secondo l’inchiesta, la ragione dell’eventuale spostamento risiede per lo più nella voglia di cambiare stile di vita e di conoscere nuove realtà culturali. Quindi, come vediamo, nei paesi ex socialisti c’è la percezione dell’insufficiente ventaglio di possibilità sul piano del lavoro e delle condizioni del lavoro. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Si diceva che dall’ingresso nell’Ue sono avvenute diverse cose: si è verificata una crisi globale con la quale stiamo ancora facendo i conti. Tale evento ha dato un’ulteriore conferma della fragilità di queste nuove economie per molti versi dipendenti dal capitale straniero. </span><span>Da quando hanno aderito all’Unione europea i paesi ex socialisti hanno conosciuto un’accelerazione della crescita economica e attirato sempre più investitori stranieri. C’è però da sottolineare il fatto che l’attuale crisi economica internazionale ha messo in evidenza le debolezze di questi Stati e gli inconvenienti legati alla loro dipendenza da quelli occidentali. Per capire meglio le ragioni che hanno determinato la vulnerabilità di questi paesi sul piano della loro tenuta economica, occorre tornare al tempo della caduta dei regimi e dei cambiamenti che non sono avvenuti dappertutto nello stesso modo. Per colmare il vuoto provocato nella regione dalla scomparsa del mercato sovietico, questi Stati si sono rivolti al capitale straniero il quale ha dato luogo a investimenti di rilievo che l’industria locale non avrebbe mai potuto realizzare. Con la crisi le multinazionali si sono trovate di fronte a una serie di difficoltà finanziarie rilevanti e hanno cominciato a lasciare la regione che in poco tempo ha visto aumentare il numero dei disoccupati. Le industrie locali sono deboli e i governi dispongono di mezzi insufficienti per affrontare i problemi che si sono determinati. In sostanza, il prodotto interno lordo di questi paesi dipende dai mercati occidentali e questa è un’altra prova della fragilità del mondo ex socialista. Ancora prima dell’adesione la Commissione europea si riferiva nei suoi rapporti annuali sugli aspiranti nuovi membri dell’Ue a trasformazioni economiche avvenute con successo. Affermava: “tali paesi hanno realizzato con successo dei sistemi di economia di mercato”. Ma ora, a maggior ragione, queste affermazioni appaiono frettolose. </span></p>
<p><span>In Ungheria la crisi globale è stata preceduta di almeno due anni da una profonda crisi interna: una crisi economica e sociale che nell’autunno del 2006 ha assunto i connotati della guerriglia urbana, degli scontri di piazza, cose del tutto inusuali fino a quel momento, data la scarsa propensione degli abitanti del paese e di quelli vicini alla rivendicazione. Il profondo malessere sempre più diffuso nello Stato magiaro è stato strumentalizzato dalla destra del Fidesz e da quella di Jobbik, la prima con riferimenti borghesi, la seconda più proletaria e radicale. Ma nel clima di allora il limite tra queste due componenti della destra ungherese è sfumato. Oggi il Fidesz è al potere e con una maggioranza dei 2/3 al parlamento e governa in modo pressoché incontrastato. Ha cambiato la Costituzione, la nuova ha un marcato carattere autoritario, nazionalista e conservatore ed entrerà in vigore il prossimo primo gennaio. Ha concepito una legge che riduce la libertà di stampa e ora sta modificando il codice del lavoro sulla base di criteri che ridurranno i diritti dei lavoratori e il già ristretto margine di manovra dei sindacati. Con una serie di iniziative antidemocratiche il governo guidato da Viktor Orbán ha esordito in modo tutt’altro che impeccabile alla presidenza di turno dell’Ue che l’Ungheria ha assicurato tra il gennaio e il giugno scorsi. A fronte di tutto ciò si è verificato a Budapest un ciclo di manifestazioni per la libertà di espressione e di stampa e per la democratizzazione della vita politica del paese. Tali manifestazioni, però, appaiono ancora circoscritte agli ambienti più progressisti e non sono espressione di una volontà popolare diffusa e trasversale. I problemi relativi alla legge sui media e alla nuova Costituzione non sono avvertiti come tali dalla maggior parte dell’opinione pubblica che è concentrata su problemi di carattere materiale, contingente. Le questioni di principio non sembrano essere all’ordine del giorno, lo sono, invece, quelle legate alla soluzione di problemi economici e di sussistenza. È sempre più netta la sensazione che gli ungheresi accetterebbero tranquillamente un nuovo sistema “dirigista”, purché sia in grado di offrire garanzie concrete dal punto di vista del lavoro e della sussistenza economica. Di fronte a queste esigenze non trova sufficiente interesse a livello popolare il dibattito sulla democrazia e sulle libertà civili per quanto in linea con i criteri costitutivi dell’Ue. I partiti di estrema destra nati in questi paesi si fanno interpreti delle paure più profonde e diffuse a livello popolare e sono segno di crisi di identità alle quali ha assistito e assiste chi segue i paesi in questione. Crisi alle quali vengono date risposte sbagliate e fuorvianti, frutto di quelle semplificazioni che costituiscono tradizionalmente il bagaglio della destra più retrograda, antisemita e xenofoba. L’</span><span>identità europea resta un punto interrogativo vista anche da Est.</span></p>
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		</item>
		<item>
		<title>&#8220;GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI UMANI&#8221;</title>
		<link>http://www.cespi-ong.org/giornata-internazionale-dei-diritti-umani/</link>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 08:40:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[In evidenza]]></category>

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		<description><![CDATA[
Giovedì 15 dicembre 2011
Ore 21,00 - Villa Puricelli Guerra– Sala del Camino
Via Puricelli Guerra, 24 - MM1 Rondò
 
incontro
PALESTINA: UNA QUESTIONE DI DIRITTI
 
Introduce:
Giovanni Urro, Assessore alla Cooperazione internazionale del Comune di Sesto San Giovanni
con
Annibale Rossi, presidente dell’Associazione Vento di terra
Hani Gaber, rappresentante in Lombardia della delegazione generale palestinese
Stefano Tresoldi, videointervista a Moni  Ovadia

modera 
Jolanda Guardi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal">
<h1 style="text-align: center; "><strong><span>Giovedì 15 dicembre 2011</span></strong></h1>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center; "><strong><span>Ore 21,00 - Villa Puricelli Guerra– Sala del Camino</span></strong></p>
<h2 style="text-align: center; "><span>Via Puricelli Guerra, 24 - MM1 Rondò<br />
</span><span> </span></h2>
<p class="MsoNormal"><strong><em><span>incontro</span></em></strong></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>PALESTINA: UNA QUESTIONE DI DIRITTI</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Introduce:</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Giovanni Urro</span></strong><span>, Assessore alla Cooperazione internazionale del Comune di Sesto San Giovanni</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>con</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Annibale Rossi</span></strong><span>, presidente dell’Associazione Vento di terra</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Hani Gaber</span></strong><span>, rappresentante in Lombardia della delegazione generale palestinese</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Stefano Tresoldi</span></strong><span>, videointervista a </span><strong><span>Moni  Ovadia</span></strong></p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal"><span>modera </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Jolanda Guardi</span></strong><span>, Università degli Studi di Milano</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span> </span></strong></p>
<p><span>Dalla collaborazione con l’Assessorato alla Cooperazione Internazionale, che appoggia i progetti dell’ONG “Vento di terra”, nasce la proposta di un dibattito relativo al diritto all’istruzione in Palestina. La loro “Scuola di gomma”, che ha vinto il prestigioso premio Fondazione Renzo Piano, rischia anch’essa di essere chiusa. Si tratta di aule costruite per i bambini dei beduini, con pneumatici riempiti di sabbia poiché è vietato in quella zona costruire in cemento. Inoltre, il muro che serpeggia in tutto il territorio palestinese impedisce spesso ai bambini di recarsi a scuola: le suore comboniane di Betania l’hanno visto sorgere nel cortile del loro scuola materna. Le poche università accessibili ai palestinesi (nessuna di ambito scientifico) non riescono a garantire il diritto all’istruzione superiore. Ascolteremo dal vivo su questo e altri diritti umani negati Hani Gaber e, attraverso una videointervista, Moni Ovadia. </span></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Somalia: un popolo abbandonato, una regione alla deriva?</title>
		<link>http://www.cespi-ong.org/somalia-un-popolo-abbandonato-una-regione-alla-deriva/</link>
		<comments>http://www.cespi-ong.org/somalia-un-popolo-abbandonato-una-regione-alla-deriva/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 09:50:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>

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		<description><![CDATA[2 dicembre 2011 - Somalia: un popolo abbandonato, una regione alla deriva?
Università degli Studi

Fac. Scienze POLITICHE,

via Conservatorio 7, MILANO

Sala Lauree, 09:30-16:3

Presiede al mattino: Gian Paolo Calchi Novati (Università degli Studi di Pavia)
Relazioni di Antonio M. Morone (Università degli Studi di Pavia) e Matteo Guglielmo (CEeSPI, Roma)
Interventi: Marco Pedrazzi (Università degli Studi di Milano), Cristiana Fiamingo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="font-family: Georgia;"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span>2 dicembre 2011</span><span> - Somalia: un popolo abbandonato, una regione alla deriva?</span></span></span></h2>
<div><span>Università degli Studi</span></div>
<p><span></p>
<div><span>Fac. Scienze POLITICHE,</span></div>
<p><span style="color: #000000;"></p>
<div><span>via Conservatorio 7, MILANO</span></div>
<p><span style="font-family: Georgia;"></p>
<div><span>Sala Lauree, 09:30-16:3</span></div>
<p></span></span></span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="color: #000000;">Presiede al mattino: Gian Paolo Calchi Novati (Università degli Studi di Pavia</span>)<br />
<strong>Relazioni</strong> di Antonio M. Morone (Università degli Studi di Pavia) e Matteo Guglielmo (CEeSPI, Roma)<br />
<strong>Interventi</strong>: Marco Pedrazzi (Università degli Studi di Milano), Cristiana Fiamingo (Università degli Studi di Milano), Roberto Bongiorni (Il Sole 24 Ore) Massimo Zaccaria (Università degli Studi di Pavia), Angelo Rusconi (Medici senza Frontiere); Kaha Mohamed Aden (scrittrice)</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';">Presiede al pomeriggio: Gabriella Venturini (Università degli Studi di Milano)<br />
<strong>Relazioni</strong> di Massimo Ciabarri (Università degli Studi di Pavia) e Marco Sioli (Università degli Studi di Milano)<br />
<strong>Interventi</strong>: Sandro Rinauro (Università degli Studi di Milano), Alessandra Lang (Università degli Studi di Milano), Christian Ponti (Università degli Studi di Milano), Mariangela Bizzarri (Programma Alimentare Mondiale), Gianluca Grossi (Agenzia Weast Productions)</span></p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';">scarica il programma: <a href="http://www.cespi-ong.org/wp-content/uploads/2011/11/convegnosomalia.pdf">convegnosomalia</a></span></p>
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		<title>CITTADINANZA, POLITICA, FORMAZIONE&#8230;E ALTRE MILLE PAROLE</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 09:43:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Dibattiti]]></category>

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		<description><![CDATA[incontro pubblico promosso dal Circolo ACLI di Sesto S.Giovanni, con il Patrocinio del Comune di Sesto S.Giovanni
MERCOLEDI&#8217; 30 NOVEMBRE 2011 ALLE ORE 21,00
SALA DEL CAMINO DI VILLA PURICELLI GUERRA
VIA PURICELLI GUERRA, 24 - SESTO S.GIOVANNI

&#8220;CITTADINANZA, POLITICA, FORMAZIONE&#8230;E ALTRE MILLE PAROLE&#8221;

Don Lorenzo Milani credeva che la differenza tra  il figlio del contadino e quello dell&#8217;avvocato stesse nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: left;"><span>incontro pubblico promosso dal Circolo ACLI di Sesto S.Giovanni, con il Patrocinio del Comune di Sesto S.Giovanni</span></div>
<div style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><strong>MERCOLEDI&#8217; 30 NOVEMBRE 2011 ALLE ORE 21,00</strong></span></div>
<div style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><strong>SALA DEL CAMINO DI VILLA PURICELLI GUERRA</strong></span></div>
<div style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial;"><strong>VIA PURICELLI GUERRA, 24 - SESTO S.GIOVANNI</strong></span></div>
<div style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><strong></strong></span></div>
<div style="text-align: center;"><span style="font-family: Arial;"><strong><span style="font-size: large;">&#8220;CITTADINANZA, POLITICA, FORMAZIONE&#8230;E ALTRE <em>MILLE PAROLE&#8221;</em></span></strong></span></div>
<div><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><strong></strong></span></em></div>
<div><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Don Lorenzo Milani credeva che la differenza tra  il figlio del contadino e quello dell&#8217;avvocato stesse nel numero di parole conosciute.<br />
</span></div>
<div><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Il sapere è ancora alla base della possibilità di realizzarsi come persone, come lavoratori e come cittadini che hanno a cuore il bene comune? La formazione  è ancora indispensabile per elaborare un&#8217;idea alta dell&#8217;impegno sociale  e della politica?</span></div>
<div><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Le Acli se lo sono chiesto e intendono aprire un dibattito,  a partire dal libro di <strong>Nadia Silistrini</strong> &#8220;LE MILLE PAROLE&#8221; realizzato in collaborazione con il Circolo di Sesto S.Giovanni, che ha per oggetto le attività formative delle Acli milanesi dal dopoguerra agli anni &#8216;60.</span></div>
<div><span style="font-family: Arial; font-size: x-small;">Ne discutono:</span></div>
<div><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: medium;"><strong>Giovanni Bianchi</strong> - già presidente delle Acli nazionali</span></span></div>
<div><span style="font-family: Arial;"><span style="font-size: medium;"><strong>Eugenia Montagnini</strong> - docente universitaria e consulente dell&#8217;Ufficio Formazione delle Acli milanesi</span></span></div>
<div><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">moderatore: <strong>Sergio Colomberotto</strong>, presidente delle Acli di Sesto S.Giovanni</span></div>
<div><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">all&#8217;incontro parteciperà <strong>Alessandro Pozzi, </strong>Assessore di Sesto S.Giovanni con delega alle politiche attive del lavoro</span></div>
<div><span style="font-family: Arial;"><strong>Il ricavato del libro <span style="font-size: medium;">Le mille parole</span></strong>, per volontà dell&#8217;autrice  e del Circolo Acli, <strong><span style="text-decoration: underline;">sarà devoluto al Fondo Famiglia Lavoro</span></strong>.</span></div>
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		<title>Ex stranieri in Italia: intervento di Pap Khouma</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 09:33:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Altri articoli in evidenza]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione dell&#8217;incontro &#8220;Ex Stranieri in Italia – Strade possibili e impossibili dell’integrazione in Italia&#8221; che si é svolto il 21 ottobre scorso, Pap Khouma, giornalista e scrittore, ha svolto un significativo intervento, che di seguito é possibile leggere.
intervento-di-pap-khouma-ottobre-2011
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione dell&#8217;incontro &#8220;<strong><span>Ex Stranieri in Italia – Strade possibili e impossibili dell’integrazione in Italia&#8221; </span></strong>che si é svolto il 21 ottobre scorso, Pap Khouma, giornalista e scrittore, ha svolto un significativo intervento, che di seguito é possibile leggere.</p>
<p><a href="http://www.cespi-ong.org/wp-content/uploads/2011/11/intervento-di-pap-khouma-ottobre-2011.doc">intervento-di-pap-khouma-ottobre-2011</a></p>
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