Donne globali nel lavoro di cura

    “Fino al 31 settembre sarà il tempo, poi tutto è finito! Se non voglio essere rimandata indietro, o peggio in prigione… noi vogliamo fare le cose oneste!Pago tutto io, tu no devi pagare niente..le 500 euro, rinuncio alle ferie, alla tredicesima..Però se non posso dimostrare che sono in affittoo..la signora italiana vuole che lo paghi in nero!Io perdo tutti i soldi che ho speso.” Eccola qui, al tavolo di casa mia una rappresentante di quella che il libro “Donne globali. Tate, colf e badanti” definisce una “rivoluzione di genere su scala mondiale”. Sono donne invisibili sia per l’illegalità in cui sono costrette, che nasconde all’opinione pubblica le vite dei lavoratori e delle lavoratrici in nero, sia per la “casalinghitudine” che comporta il loro lavoro nel chiuso delle case italiane. Dai paesi “mal sviluppati” non importiamo più solo materie prime e prodotti industriali ed agricoli a basso costo, ma anche risorse umane che hanno a che fare con i nostri affetti più cari. Le impieghiamo nel lavoro di cura, soprattutto deglianziani, il che non significa che le donne italiane non si prendano più cura di loro. La cura non è il “lavoro di cura” . La solidarietà tra donne può essere l’argine che ci permette di controllare il fiume della divisione del lavoro tra “donne di qui” e “donne di là. Tutto sommato davanti ad uno stato latitante e poco efficiente le famiglie italiane si sono inventate un welfare che rifiuta soluzioni istituzionali affidandosi ad una”assistente familiare”, termine migliore di “badante”.Torniamo alla regolarizzazione in corso in cui tanto spera la mia ospite. Mi informovenendo a sapere che l’odioso balzello di 500 euro da versare in posta andrà in buona parte allo stato per i costi della sanatoria e in parte all’INPS, per coprire i contributi di aprile-giugno. Il datore di lavoro spedirà la domanda telematica (dichiarando un minimo di 20 ore settimanale ed un contratto a tempo indeterminato, ma conviene- mi dicono- dichiararne almeno 25 perché i contributi scendono). Subito si presenta l’ostacolo principale: la casa. Se la lavoratrice convive con l’anziano basta che vada dalla polizia dichiarando di chi è ospite e sperando che il rapporto tra superficie della casa e persone che ci vivono sia sufficiente, sperando anche che il Comune dia l’idoneità alloggiativa, che comprende la messa a norma di un sacco di utenze e di apparecchi di casa, non richiesta mai per gli italiani. Se riescono a superare questo ostacolo datore di lavoro e lavoratrice straniera vanno in Prefettura e firmano il contratto di soggiorno, poi si spedisce la busta in posta (altre 150 euro circa). A Milano ci vogliono realisticamente 16 mesi perché arrivi il permesso di soggiorno, per due anni. Da qui parte il conto alla rovescia dei cinque anni di soggiorno regolare dopo di cui si potrà avere la carta di soggiorno, a tempo indeterminato, che permette diiniziare l’iter di 10 anni per ottenere la cittadinanza…Neanche il più perfido dei videogames! Eppure la “donna globale” che ho davanti pensa che sia la sua ultima chance: è disposta a tutto per ottenerla, vuole regolarizzare come colf anche il marito che lavora nei cantieri, qualcuno l’ha ingannata sui termini reali della questione. Già si presentano finti mediatori e tutti lo sapevamo. In chiusura mi riecheggia la storia di un collega che si trasferirà in Cina perché qui sua moglie, cinese, plurilaureata, con offerte di lavoro adatte solo alla sua competitiva e richiestissima professionalità non può avere un permesso di soggiorno: perderemo due cervelli invece che uno solo, così come perdiamo in senso profondo della legalità ed in onestà per ogni lavoratore/lavoratrice in nero.

    Mirela Naipitzi.