Considerazioni relative alla lettera da Abobo della dott.ssa Maria Teresa Reale del 15/10/2017

Considerazioni relative alla lettera da Abobo della dott.ssa Maria Teresa Reale del 15/10/2017

    Alcune considerazioni.

    Alcune considerazioni relative alla lettera da Abobo della dott.ssa Maria Teresa Reale del 15/10/2017. (vedi “Corrispondenze dal mondo”).

     

    La dott.ssa Reale dirige un ospedale dello stato etiope ad Abobo ormai da più di 10 anni. L’ospedale è dato in gestione dallo stato alla missione cattolica salesiana di Abobo, ma lo stato non finanzia l’ospedale: si limita a pagare lo stipendio di alcuni infermieri. Tutto il resto è affidato a donazioni e al lavoro di volontari, comprese le altre attività assistenziali della missione.

    Io conosco bene la situazione dell’ospedale e del territorio, avendo trascorso, in quanto medico, un periodo di lavoro ad Abobo alcuni anni fa.

    Abobo è una piccola città, anche se chiamarla città è fuorviante, di circa 15.000 abitanti, costituita da gruppi di capanne sparsi nella savana e da un piccolo centro di piccole case in cemento lungo l’unica strada carrozzabile in terra battuta che la attraversa. Abobo è nella regione di Gambella, all’estremo ovest dell’Etiopia, ai confini con il Sud Sudan, a 600 km da Addis Abeba e a 30 km dal capoluogo della regione, Gambella, dove ha sede il governatore, oltre al carcere, alla delegazione ONU, una missione e un piccolo ospedale minimamente attrezzato, dove la gente non vuole andare perché non è in grado di offrire servizi continuativi per mancanza di medici. L’ospedale di Abobo, dove Maria Teresa lavora, ha 30 letti, ambulatori, non ha chirurgia, radiologia, laboratorio di analisi. Vi è qualche microscopio per diagnosticare la malaria, che è la patologia più frequente. Vi sono inoltre un elettrocardiografo, un ecografo e una sedia dentistica scarsamente utilizzata perché manca il dentista. Accanto all’ospedale, ma separate, vi sono una struttura dedicata alla cura degli ammalati di HIV e un’area dove vengono ricoverati gli ammalati affetti da tubercolosi.  Ogni giorno arrivano in ospedale circa 100 persone, a piedi, in bicicletta, su carretti trainati da buoi, su camion o a dorso d’asino.

    Mi dilungo nel descrivere la situazione del Centro Sanitario, avendola vissuta di persona, e per chiarire in quale contesto Maria Teresa opera. Maria Teresa è l’unico medico sempre presente, aiutata per periodi brevi da medici volontari, infermieri, tecnici non in grado, come è successo a me, di assicurare una presenza continuativa. Ma posso assicurare che nonostante queste difficoltà la qualità dell’assistenza è più che dignitosa.

    L’economia di Abobo, e in generale di tutto il Gambella, che è una regione abbastanza ricca di acqua, è basata su una agricoltura e pastorizia di sussistenza che consente agli abitanti di sopravvivere. Ciascuna famiglia coltiva a mais e altri cereali e ad erbe alimentari per uso personale la terra attorno alle capanne ed alleva capre. Alcuni uomini, i più fortunati, lavorano negli uffici pubblici, ma la maggioranza di loro non ha nulla da fare. Il peso del ménage familiare è sulle spalle delle donne, che spesso per trovare la forza di tirare avanti, usano una bevanda ad elevato contenuto alcolico ricavata dal mais. La loro vera ricchezza sono i bambini, onnipresenti e simpaticissimi, ma spesso malnutriti. Accanto a questa realtà vi è lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali (cotone, mais, caffè, thè) da parte di aziende europee, cinesi, americane e saudite che ottengono in concessione dal governo vaste estensioni di terreno. Il meccanismo è il solito: prodotti destinati all’esportazione, mano d’opera solo in piccola parte locale sottratta alle piccole ma indispensabili attività produttive di sussistenza, nessuna redistribuzione del reddito, aumento dei prezzi dei beni primari non più prodotti in proprio, molti poveri sempre più poveri, pochi ricchi sempre più ricchi.

    Solo un esempio di una situazione di cui sono stato testimone durante il mio soggiorno ad Abobo: il governo centrale aveva dato in concessione ad una impresa saudita una grande estensione di terreno per la coltivazione del cotone. Ogni giorno arrivavano in ospedale lavoratori provenienti dalla piantagione con gravissimi attacchi di malaria acuta, infezioni intestinali da acqua inquinata, gravi infezioni ai piedi e alle gambe per mancanza di calzature protettive durante il lavoro nei campi. Evidentemente tutto ciò era conseguenza di condizioni di lavoro disumane. Gli ammalati erano estremamente reticenti nel raccontare in che condizioni vivessero nei campi. Alla fine eravamo riusciti a capire che nei campi lavoravano centinaia di lavoratori portati con camion ad Abobo dai luoghi di residenza distanti centinaia di chilometri. Ogni 6 mesi i lavoratori venivano riportati a casa e sostituiti da altre centinaia provenienti da luoghi diversi e distanti tra loro, in modo che non potessero raccontarsi le condizioni nelle quali vivevano e lavoravano. A noi non è stato mai concesso di entrare nelle piantagioni ed è intuibile il perché di questa proibizione.

    Il Gambella rimane così una delle zone più povere dell’Africa, nonostante l’Etiopia abbia un PIL in rapido e consistente aumento.

    Nonostante questo, l’aria che si respira tra la gente non è di disperazione, ma di serenità, qualche volta di gioia. Il loro senso dell’ospitalità è sincero. Credo questo ottimismo ad ogni costo sia una caratteristica africana. Le persone sono bellissime e i bambini splendidi. Ricordo con nostalgia la gioia con cui venivamo accolti quando il sabato e la domenica ci recavamo a visitare (le chiamavamo visite a domicilio) i villaggi più lontani, e le frotte di bambini che ci circondavano.

    La lettera di Maria Teresa è aneddotica, ma ricca di spunti interessanti: l’accenno ai cambiamenti climatici che rendono l’Etiopia ancora più dipendente dai paesi sviluppati e che mettono in crisi l’agricoltura locale; e nonostante questo, da parte del governo etiope, la vendita del mais, alimento essenziale per la popolazione locale, al Kenia; ma anche l’aiuto alla gente da parte della missione e di Maria Teresa, al di là della cura delle malattie; gli interventi per la valorizzazione delle culture locali, come quelli rivolti ai ragazzi anywak che hanno portato alla raccolta di scritti e disegni anywak; l’attività di informazione e formazione sanitaria per donne e bambini; gli interventi per la valorizzazione della cultura locale, perché senza cultura non vi può essere vero sviluppo.

    Infine l’accenno ad un problema del quale Maria Teresa mi aveva già parlato, e cioè l’arrivo in Gambella di ONG europee (MSF e CUAM) per l’assistenza sanitaria ai profughi sud sudanesi che in gran numero fuggono dalla guerra. Queste organizzazioni, dotate di notevoli risorse, sottraggono personale sanitario formato all’ospedale pagando stipendi più alti. Evidentemente gli infermieri hanno pieno diritto di essere meglio pagati. MSF e CUAM finiscono però per interferire con l’organizzazione sanitaria locale. Che fare? La globalizzazione sanitaria è inevitabile e ha sicuramente aspetti positivi. Ma presenta anche criticità.  Quando queste ONG, una volta risolto il problema che le ha chiamate, se ne saranno andate, cosa succederà?

    Aldo Silvani