Come usare la memoria

    Il 27 gennaio 2009, poco più di un anno fa, partivo dal binario 21 in Stazione Centrale a Milano, diretta in Polonia. Visitare un campo di sterminio, anzi, IL campo di sterminio, perché è questo il ruolo che Auschwitz ha assunto nella memoria storica di tutto il mondo, suscita emozioni che ad un anno da quell’esperienza hanno perso molta della loro forza. Il cervello funziona così. Dimentica l’orrore. È nato quasi per passatempo, durante le ventidue ore di treno che hanno dato il via al viaggio, ciò che invece ha impresso nella mia mente qualcosa di più duraturo: una ventina di minuti di intervista, rivolta ad altri ragazzi in viaggio come noi sul treno; tre domande ripetute fino alla noia a studenti e insegnanti con una piccola telecamera dall’audio scadente. Una domanda tra tutte spiazzava la maggior parte degli intervistati: “Quale personaggio del mondo politico vorresti portare con te in questo viaggio?” Tra qualche risposta imbarazzata e qualche rara presa di posizione quello che più colpiva era il vuoto: “Nessuno, sarebbe inutile.” I più ottimisti erano gli insegnanti, i più sfiduciati i loro stessi alunni. Risposte più decise arrivavano quando si insisteva su questo punto: “Le istituzioni attuali, secondo te, rappresentano una garanzia perché certi orrori non si ripetano?” questa volta i no erano più decisi. Non ho chiesto a questi ragazzi il loro orientamento politico e nemmeno se ne avessero uno. Si parla molto, nel giorno della memoria, di diritti umani, di antirazzismo, di senso civile, di solidarietà. Ma risulta tutto troppo semplice, troppo limpido, bene e male sono ben distinti: peccato che nella storia non funzioni così e nel presente ancora meno. Quello che mi rimane di quel viaggio è l’idea che tra il bene e il male ci sia una terza dimensione che è quella dell’indifferenza e della sfiducia nell’altro. Penso che l’agghiacciante pagina dello sterminio nazista sia un tema da affrontare con più mezzi di analisi possibile, da ogni lato, cercando di sviscerarne gli eventi per ricavarne qualcosa sulla natura umana, facendo però attenzione a non cristallizzare la storia. Non dobbiamo usare Auschwitz come categoria storica ma come strumento di analisi del presente. Dobbiamo vedere Auschwitz dovunque vengano calpestati i diritti di persone in quanto tali: Auschwitz è nella casa senza riscaldamento in cui Elvis è morto soffocato dal braciere con cui sua madre tentava di scaldarlo, è a Rosarno, Auschwitz è nell’atteggiamento di sospetto che si ha nei confronti degli zingari, nel fuoco che brucia le baracche dei campi rom, Auschwitz è nei barconi (stretti come vagoni merci) su cui si sale, avendo venduto tutto, cercando disperatamente ciò che dovrebbe essere un diritto di tutti, ciò che fu tolto a milioni di persone di origine ebraica: una casa, un lavoro, un’istruzione, una vita sociale serena, la dignità, la vita.

    Silvia Morlotti