Appunti da Israele

Appunti da Israele

    di Stefano Tresoldi

    Ritaglio del tempo in redazione per provare a rispondere a chi in questi giorni ha chiesto e per cercare di chiarire, e chiarirmi, cosa sta succedendo. Ma la prendo lunga, partiamo da Itamar…

    Itamar è una colonia di ebrei ortodossi nei territori occupati, vicino a Nablus, piena Palestina. Una colonia blindata, di quelle in cui sistemi di sicurezza ad alta tecnologia controllano ogni ingresso e uscita, in cui un palestinese non potrà mai entrare. L’11 marzo, a Itamar, viene uccisa la famiglia Fogel, padre madre e tre figli. I media parlano immediatamente di un assassino palestinese che avrebbe agito per motivi politici mentre il primo ministro palestinese viene forzato a scusarsi per il fatto e al-Aqsa rivendica informalmente la paternità della strage. Tutto questo inspiegabilmente, dal momento che nessuno crede realmente che l’assassino possa essere un palestinese: tutti sanno che nessun palestinese potrebbe entrare, uccidere cinque persone e uscire dalla colonia senza lasciare tracce. E infatti nessuna traccia palestinese viene trovata mentre l’assassino si rivela essere un asiatico, probabilmente un immigrato che lavora nella colonia. Ma a questo punto le notizie sfumano e il fatto scompare dalla cronaca. Restano cinque morti. Resta l’accusa verso i palestinesi, mai apertamente ritirata. Resta che il governo israeliano ha imposto (e ottenuto) le scuse di Fayyad, primo ministro palestinese, per evitare probabili ritorsioni, come fossero una cosa scontata, sia le scuse che le ritorsioni, anche senza nessuna certezza sui fatti. Resta la decisione del governo israliano di aggiungere cinquecento abitazioni alle colonie di Etzion, Ma’ale Adumin, Ariel e Kiryat Safer, decisione presa come diretta risposta all’omicidio. Resta infine un velo di tensione sui volti degli arabi che ci capita di incrociare e la sensazione che la situazione possa peggiorare…

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    Martedì 15 marzo era in programma una manifestazione con cui i giovani palestinesi intendevano esprimere il loro disagio verso il governo, o meglio contro chi si divide il potere qui: Hamas e al Fatah. insomma l’onda lunga delle rivolte del nord Africa arriva fin qui: chiedono l’unità delle forze politiche e una svolta concreta nella linea del governo, per il bene della Palestina. La manifestazione è in programma da tempo ma facciamo fatica a trovarne traccia. Solo un articolo sul Guardian, qualche giorno prima. Fuori dai territori occupati, nessuno sa molto o non vuole dirci molto. Ma la partecipazione è forte e intensa e questo dà molto fastidio, ad Hamas prima di tutto. E soprattutto a Gaza, dove la manifestazione viene repressa con decine di ragazzi feriti dalle forze di sicurezza e poi arrestati all’uscita dagli ospedali, mentre tutti i leader politici plaudono alle intenzioni dei manifestanti: il bastone e la carota titola Peace Reporter. Cosa c’entra questo con il clima di tensione e l’attentato a Gerusalemme? C’entra: perchè Hamas a Gaza non è più forte come un tempo e la manifestazione porta alla luce tutte le sue difficoltà nel governare la situazione. C’entra perché, pochi giorni dopo, da Gaza partono alcuni razzi verso Askhelon, prima città ebraica a nord della striscia, lanciati da gruppi vicini ad Hamas. I razzi fanno pochi danni ma la risposta israeliana è immediata, con diverse incursioni militari nella striscia. L’ultima, due giorni fa, ha causato diversi morti tra la popolazione. Sembra un meccanismo orchestrato ad arte: non appena vengono portate alla luce le carenze di un’amministrazione più o meno corrotta, non appena viene contestata in modo aperto e forte la leadership delle gerarchie, qualcuno pensa bene di riaccendere il vecchio conflitto con Israele. Insomma la guerra fa comodo. E così Hamas può mettere da parte la contestazione interna e guadagnare punti chiedendo responsabilmente il coprifuoco. A questo punto restano diversi manifestanti picchiati e arrestati e alcuni razzi lanciati da Hamas. Restano le incursioni di Israele e dieci morti e decine di feriti tra i palestinesi. Resta la tensione ben chiara sui volti degli arabi e la sensazione di essere ripiombati in una situazione ben nota, in cui sono le armi a fare la politica e un morto palestinese non vale un morto israeliano.

    La bomba di Gerusalemme va guardata in questa prospettiva di tensione crescente, dalle velate minacce di Itamar agli attacchi israeliani a Gaza fino all’attentato di Gerusalemme, seguito dall’ennesima ritorsione sulla popolazione di Gaza. A questo si aggiunge una buona dose d’incertezza, legata soprattutto al fatto che nessuno ancora ha rivendicato la bomba. Ma Itamar c’insegna che non servono molte certezze per caricare qualche colpa sui palestinesi e una bomba a Gerusalemme varrà bene qualche morto a Gaza.

    Da dieci giorni circa io sono a Nazareth, quindi ben lontano da tutto questo: in Israele al di fuori di Gerusalemme la vita quotidiana scorre tranquilla. Nonostante questo ieri qui a Nazareth sono arrivate le ragazze della redazione di Betlemme, partite poche ore dopo la bomba, ma che hanno fatto comunque in tempo a vivere l’angoscia di là dal muro, in Palestina. Perché i palestinesi sanno bene che ogni colpo agli ebrei significa ritorsione su di loro, non solo militare: per adesso Israele, oltre che bombardare Gaza, ha bloccato ogni passaggio del muro per cui nessuno tra le migliaia di lavoratori palestinesi che ogni giorno entrano in Israele sa quando potrà ricominciare a lavorare. Questo significa nessuno stipendio per migliaia di famiglie che, se la situazione rimarrà la stessa a lungo, per sopravvivere saranno costrette a vendere. Vendere cosa? La terra. A chi? Agli ebrei, ovvero a chi ha interesse e soldi per comprarla. A chi fa comodo la guerra? A tanti. Anche una guerra a bassa tensione, come questa.

    Johny e Anton vivono a Betlemme e lavorano a Gerusalemme per Telepace. Molto di quello che ho scritto qui lo devo a loro, che cercano sempre di farci capire. E un ultimo pensiero va all’angoscia delle loro famiglie, oltre il muro.

    Nazareth, 25 marzo 2011.

    (Stefano Tresoldi è un collaboratore del CeSPI. Attualmente si trova a Betlemme per uno stage giornalistico a Telepace. )