Chi insegna? E chi impara?

Chi insegna? E chi impara?

    Testimonianze dalla scuola di italiano per migranti del Cespi


    1) SESTO: DA PERIFERIA DI MILANO A OMBELICO DEL MONDO

    di Nando Spinelli

    UN’OCCASIONE DI INCONTRI

    Anche quest’anno ho collaborato come insegnante del corso di lingua italiana per stranieri organizzato dal CESPI. Come risulta dalle mie note ho in questo modo avuto l’opportunità di entrare in contatto con 44 persone di 16 paesi diversi, provenienti da 4 continenti (l’Oceania mi manca).

    Non è che a lezione ci fossero sempre tutti. Per fortuna. Alcuni si sono fatti vedere una volta per poi fuggire (le loro attese erano diverse? non li abbiamo saputi coinvolgere?), altri hanno avuto frequenze saltuarie legate a volte alle complicate vicissitudini lavorative, qualcuno ha perseverato e si è presentato una ventina di volte risultando un frequentatore fedele.

    Io ho scelto di trovarmi a trattare con coloro che al test di ingresso si sono rivelati ad un livello ‘alto’, cioè sufficientemente capaci di comprendere e mediamente fluenti nel parlare la lingua italiana. Molto meno abili nello scrivere: proprio il tentativo di sviluppare questa abilità mi ha spinto ad invitarli a scrivere delle loro esperienze nella vita precedente, quella svolta nel loro paese di origine, e di apprendere molte cose sui luoghi da dove provengono.

    CONTRO I LUOGHI COMUNI

    Da parte mia io ho cercato di raccontare qualcosa di significativo sull’Italia, soprattutto in questo anno di celebrazioni unitarie, proponendo letture dai quotidiani a proposito di avvenimenti che li riguardassero direttamente. Ma mi sono scoperto tremendamente curioso di imparare da loro, di vedere meglio cosa ci fosse dietro gli accenni che emergevano da una frase scritta piena di errori ortografici o da un veloce scambio di domande con i compagni di corso, al di là dei luoghi comuni che ci si trova a condividere.

    Ad esempio devo ammettere che la reazione istintiva, quando Svetlana ha detto con estrema naturalezza di venire dalla Siberia, è stata di provare un brivido di freddo e stringermi nel maglione che indossavo. Come spontanea è stata la domanda di Omar (il nome rivela che lui la Siberia non l’ha mai vista) che le chiede se intorno a casa vedeva le tigri: perché lui ha visto un documentario sulle tigri siberiane.

    Oppure quando Luca racconta di essere di Assiut, sulla valle del Nilo, tutto ti suona strano, perché pensi che tutti gli egiziani facciano Mohamed di nome e Alì di cognome.

    Poi cominciano le domande incrociate, si scopre che in Siberia non c’è solo la taiga, e che la presenza della comunità copta in Egitto è significativa, come risulta evidente dalla cronaca dei giornali. E allora inizi a verificare e approfondire su internet i pezzi di informazione ricevute, ne fai occasione di esercizi di lettura e conversazione nella lezione seguente, intervallando così la cronaca agli esercizi di grammatica e ai test di ortografia.

    STORIE DIVERSE CHE PRENDONO FORMA

    Torniamo a Svetlana. Parlando e leggendo scopri che Siberia è anche Tomsk, la città nata attorno alla fortezza costruita da Boris Godunov per difendere la regione da chirgisi e calmucchi, sede di un polo universitario importante dove Svetlana ha studiato. Vero che la temperatura media annua è di -1 °C, con punte di -20 a gennaio, ma in estate si arriva anche a 30. E impari che dopo l’attacco nazista 30 grosse fabbriche furono spostate lì, facendone un centro industriale importante. L’università, fondata nel 1878, è frequentata da più di 80.000 studenti, su quasi mezzo milione di abitanti. Le tigri, sulle colline che circondano la città e le rive del fiume Tom coperte di boschi di conifere e betulle, non ci sono mai state.

    Nicoletta è romena e viene da Simleu Silvaniei, una piccola cittadina di 20.000 abitanti della Transilvania. Scopri che la prima scuola di lingua romena vi venne fondata nel 1919, perché per secoli la regione è stata dominata dalla famiglia ungherese dei Bathory. Come passo successivo scopri che la tua allieva sarà debole in italiano, ma è bilingue rumeno ungherese. E che la foto della regione assomiglia a un pezzo di Brianza, verde di colline coltivate a vite dove si produce un ottimo bianco, insieme al Murfatkar, un merlot che su internet è offerto dalla ‘Dracula Wines’ (i luoghi comuni che ritornano?).

    Omar (quello che sa delle tigri) viene da Irbid, la seconda città della Giordania, anche questa sede di una importante università. Ci ha insegnato la ricetta del kubbeh, un piatto siriano a base di burghul (tutto chiaro, vero?). Per una settimana è sparito: ci ha raccontato dopo che ha fatto visita alla casa dei genitori, per la celebrazione musulmana in onore del figliolo, nato attorno a Natale, in occasione della quale, come vuole la tradizione, una pecora ci ha rimesso le cuoia.

    Le scoperte sorprendenti dall’Egitto vengono da Assiut, seguendo le tracce di Luca. La città era centro del culto a Wepwawet, il dio con la testa di lupo vendicatore di Osiride in epoca faraonica. Ora è la sede della terza università del paese, è famosa per la produzione di tappeti, e centro del commercio agricolo della regione del medio Nilo. La popolazione è in maggioranza musulmana, ma leparchia di Assiut è una sede della Chiesa cattolica suffraganea del patriarcato di Alessandria dei Copti., che conta circa 45.000 battezzati. Secondo la tradizione copta Assiut è la tappa più meridionale raggiunta dalla Sacra Famiglia. L’intera zona è associata alla vergine Maria, si narra che nell’Agosto 2000 la Vergine sia apparsa sopra la chiesa di San Marco e due monasteri correlati alla Sacra Famiglia sono a breve distanza dalla città.

    Poi ci sono le storie di chi viene da Marrakesh, città imperiale del Marocco, e ha il progetto segreto di tornarci e vivere di turismo. C’è chi è di Quito, la capitale dell’Equador, che ci ha descritto al centro di una conca a più di duemila metri di altezza, circondata da una regione di vulcani attivi ma non troppo (speriamo che duri, perché il timore se si risvegliassero e che riempiano la conca di lava) o di Esmeraldas, sempre in Equador, ma che sta sul mare (a dispetto del nome, è un centro del commercio di petrolio, con qualche conseguenza negativa sulla qualità del mare). Potrei continuare con le meraviglie di Mauritius, dove è sempre festa, perché una volta era disabitata, ma poi è diventata terra di colonizzazione di così tanti popoli che hanno trovato modo di convivere con le loro tradizioni diverse e mai contemporanee nelle celebrazioni.

    NON FACCIAMOLI DIVENTARE TUTTI PADANI

    Qui mi fermo. Perché di storie da raccontare ne avrei molte altre, dall’Ucraina, dalla Nigeria, dal Perù e dalla Spagna. Mi scopro con un fondo di ammirazione per chi ha vissuto da bambino e da giovane in posti così diversi dalla calma piatta della pianura sestese, e ora ha il progetto di costruirsi un modo di vita diverso accettando la fatica di capire la nostra maniera di rapportarci e di costruire una convivenza.

    E insieme la certezza che se anche noi cerchiamo di conoscere meglio il loro modo di sentire e sappiamo ascoltarne le storie, possiamo tentare di vivere insieme più ricchi, non solo mangiando polenta e cassoeula.

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    2) INTERVISTA A MARIAN

    di Joanna Zaurska

    Marian Oshinor, 39 anni, è arrivata in Italia 12 anni fa dalla Nigeria. Al CESPI frequenta il corso d’italiano per principianti. Questo è il suo primo corso di lingua e costituisce anche una delle poche occasioni di scolarizzazione che le sono capitate nella vita.

    Appena arrivata, non conosceva nemmeno una parola d’italiano e non aveva nessuno che avrebbe potuto aiutarla nella nuova situazione. Per lunghi anni non ha saputo dell’esistenza di corsi di lingua italiana per stranieri.

    L’Italia, quando Marian era ancora nel suo paese, era per lei un sogno, grazie al quale avrebbe potuto guadagnare i soldi per aiutare la sua famiglia rimasta in Nigeria. E’ arrivata piena d’entusiasmo. Subito, però, ha incontrato numerose difficoltà e solo grazie ai suoi connazionali, conosciuti al momento, ha trovato una sistemazione e un lavoro. Ne ha svolti diversi, tra quali colf, badante, operaia e ha anche fatto le pulizie nei condomini. Ora fa la baby-sitter in una famiglia italiana.

    Non ha mai incontrato nessuna forma di razzismo nei suoi confronti e gli italiani che ha conosciuto l’hanno sempre aiutata. E’ stata proprio un’amica italiana che le ha trovato il lavoro attuale e in più le ha dato delle informazioni sui corsi al CESPI. Incoraggiata ancora dal suo capo si è iscritta e studia al CESPI da 4 mesi. L’apprendimento della lingua italiana all’inizio è stato difficile a causa della sua mancanza d’istruzione che la poneva in una posizione inferiore rispetto agli altri iscritti, per cui è stata aiutata dai volontari con ‘lezioni’ individuali.

    Marian possiede un vocabolario d’italiano abbastanza ricco, purtroppo solo orale. Al momento impara sempre di più a scrivere e leggere brevi testi. Ci ha confessato che è molto contenta di come viene svolto il corso. Dice che gli insegnanti sono molto calorosi e disponibili anche al di là delle lezioni. Uno dei problemi che rendono la vita degli stranieri difficilissima è il linguaggio della burocrazia italiana con cui si scontrano immediatamente dopo l’arrivo, ma i volontari del CESPI sono di grande aiuto anche in questo.

    Marian vuole continuare il corso d’italiano per stranieri presso CESPI, sicura che l’aiuterà a cambiare la sua vita.

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    3) INTERIVSTA A RAVI

    di Giorgia Festa

    Mi trovo ne cortile della biblioteca a parlare con uno degli studenti della scuola di italiano del CESPI. Ravi, 39enne mauriziano che al CESPI, non ha bisogno di presentazioni. Nonostante sia arrivato solo da un anno, è una delle colonne portanti del corso, sia per gli altri studenti che per i suoi insegnanti.

    Ravi, quando sei arrivato in Italia, dove e con chi vivi?

    Sono arrivato in Italia un anno e quattro mesi fa, da solo. Vivo a Bresso con mia sorella e la sua famiglia. Lei è emigrata in Italia 18 anni fa, qui ha sposato un mauriziano e ora hanno una bambina di dieci anni. Sono zio, si… (mi dice sorridendo).

    Cosa ti ha spinto a lasciare le Mauritius e perché hai scelto proprio l’Italia come meta?

    Mia sorella ha insistito diversi anni prima di convincermi a raggiungerla in Italia. Diceva che qui le condizioni lavorative erano migliori e avevo più possibilità di stare bene, di vivere bene. Io e lei abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto, anche quando eravamo piccoli noi fratelli eravamo molto uniti, io e lei in particolare. Allora ho pensato che fosse giusto provarci e vedere che cosa potevo trovare in Italia, che era il momento. Così sono partito.

    Che lavoro facevi nel tuo paese di origine? E in Italia che lavoro fai?

    Sulle isole ero operaio in una ditta che produceva tubi di plastica. In Italia faccio un lavoro part-time: seguo un ragazzo di circa vent’anni per conto della Caritas Rondinella. E’ un lavoro difficile: la lingua spesso è un ostacolo alla comunicazione, cosi come la differenza di età. Lui ha bisogno di confrontarsi con ragazzi della sua età che parlano la sua lingua per potersi esprimere ed essere capito, soprattutto in discorsi più profondi, quando parla di sé. Però mi piace, nonostante le difficoltà. Lo porto al parco, facciamo lunghe passeggiate, parliamo.

    Ora sei qui, sai quel che hai lasciato nel tuo paese e quel che hai trovato in Italia. Pensi di avere fatto la scelta giusta?

    E’ ancora troppo presto per dirlo…per ora ho pensato di fermarmi in Italia cinque anni, di vedere se raggiungo un buon equilibrio economico-lavorativo ma anche nelle relazioni personali. Se mi trovo bene, resto…altrimenti torno sulle isole. Qui non c’è lavoro, ho amici ma non ho un lavoro a tempo pieno con cui mantenermi. E’ dura.

    Quali erano le tue aspettative? Sei rimasto deluso dall’Italia?

    Si, questa non è vita. Per me qui ora non c’è futuro: non ho un lavoro che mi permetta di mantenermi e se non ci fosse mia sorella non avrei una casa.

    Qual è la cosa che ti ha colpito e deluso di più?

    Sicuramente la condizione dei migranti mi ha scioccato. Ho amici che non hanno cibo, non hanno soldi per pagarsi i viaggi sui mezzi e cosi non possono raggiungere le scuole d’italiano, a volte non possono muoversi e conoscere… non è vita questa. Io sono fortunato, ho mia sorella, ma tanti sono soli. Tra i migranti di diversa nazionalità poi non c’è molta solidarietà, io sono mauriziano e qui a Sesto S.G. sono quasi l’unico. Immigrati provenienti da altri paesi hanno molti connazionali in Italia, si aiutano nelle prime difficoltà, si passano contatti per trovare lavoro, ma tra le diverse nazionalità questo non c’è. Per fortuna ci sono le associazioni di volontariato che aiutano i migranti ad affrontare le prime difficoltà. Li aiutano a trovare lavoro, a sbrigare le faccende burocratiche, a crearsi dei contatti. Per me la Caritas Rondinella e il CESPI sono stati importantissimi.

    Come hai saputo del CESPI?

    Dopo due mesi che ero in Italia sono andato al comune di Bresso, dove mi hanno detto che se non avevo il permesso di soggiorno non potevo frequentare nessuna scuola di italiano. Allora mio cognato mi ha portato in uno sportello stranieri di Milano per trovare una scuola di italiano e mi hanno indicato il CESPI.

    Come ti sei trovato alla scuola di italiano del CESPI?

    Bene, è una delle poche dove non si paga e si impara bene l’italiano. Per il primo mese non riuscivo a dire una parola in italiano e mi facevo capire con l’inglese e il francese, fino a quando Pina, la mia insegnante, mi ha proibito di parlare in una lingua che non fosse l’italiano, e da quel momento ho iniziato ad imparare davvero! Da una parola mi sforzavo di creare una frase e cosi via. Pensavo che fosse più facile imparare l’italiano, invece è una lingua difficile…faccio ancora fatica a capire una persona che parla velocemente, ma miglioro.

    Pensi che l’italiano ti serva per capire il paese in cui vivi ora e i suoi abitanti?

    Si, sicuramente. Leggo i giornali online, per essere informato su ciò che succede e capire questo paese. Anche durante la lezione a volte leggiamo articoli e discutiamo di politica o questioni attuali. Credo però che per capire le persone ed entrare in società, più che la lingua sia necessario il lavoro. Quello ti permette di condividere un’esperienza, un’attività e ti fa conoscere le persone, ti fa capire cosa e come pensano. Già il ritmo della vita e del lavoro qui è molto frenetico, tutto è veloce, tutto si fa subito, questo è un tratto che è molto diverso dai ritmi a cui ero abituato.

    Hai trovato dei punti di riferimento nelle associazioni di volontariato che ti hanno aiutato?

    Si, per me il CESPI è come una famiglia. Ho trovato persone che mi hanno aiutato e incoraggiato nei momenti di difficoltà, ho trovato amici con cui parlare, divertirmi…amici italiani e stranieri: Roman, Alina, Salif, Mohammed, Svetlana, Vika, Jacopo con cui vado a correre e mi sembra sempre di essere intervistato (dice ridendo) oppure gli stagisti e i ragazzi del servizio civile con cui spesso pranzavo prima o dopo la lezione di italiano. Il CESPI e la Caritas per me sono stati un ponte per conoscere persone e fare esperienze.

    Hai fatto anche esperienze di volontariato?

    Si, alle Mauritius già facevo molto volontariato, andavo nelle scuole per fare prevenzione all’AIDS e seguivo dei ragazzi tossicodipendenti. L’anno scorso a Sesto ho fatto un’esperienza bellissima, partecipando all’accoglienza dei bambini del Saharawi, bambini con problemi di salute. Li aiutavo a mangiare, a divertirsi, portavo la musica e li facevo ballare. Mi ha riempito molto come esperienza.

    Ravi, cosa ti fa ad andare avanti?

    Credo nelle mie capacità. Ho fiducia in me e nelle persone che ho vicino per superare le difficoltà.