“La guerra dell’acqua e del petrolio. Bolivia ed Ecuador tra risorse e sfruttamento”

“La guerra dell’acqua e del petrolio. Bolivia ed Ecuador tra risorse e sfruttamento”

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    “La guerra dell’acqua e del petrolio”

    “Bolivia ed Ecuador tra risorse e sfruttamento”

    a cura di   Gianni Tarquini, Edilet, maggio 2011,        14 euro

    Nota biografica del curatore: Gianni Tarquini è nato a Frosinone, laureato in Scienze Politiche si specializza in storia e in tematiche internazionali legate allo sviluppo. Coordina progetti in Ecuador per la comunità Capodarco di Roma dal 1998 al 2001. È cooperante internazionale con altre Ong e conosce tutti i Paesi del Sud America. Dal 2003 al 2005 vive in Uruguay. È stato Segretario generale del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza e osservatore elettorale in Albania. Dal 2010 è uno dei componenti del Cda del Coordinamento Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale. Scrive per diverse testate (Solidarietà internazionale, Cassandra, Il Manifesto, Carta), nelle sezioni internazionali di siti web (Emigrazione notizie, Dazebao) e per siti specializzati sull’America latina (Selvas.org, RadioMundoReal.fm). Nel 2005 promuove la versione italiana dei testi di RadioMundoReal in collaborazione con Traduttori per la Pace. Coordina nel 2007 la carovana giornalistica Inviati speciali. Missione di verifica su ambiente, salute e diritti umani in Ecuador. Dal 2009 è uno dei curatori e conduttori della trasmissione radiofonica settimanale Bucanero. Tracce e passaggi dal continente latinoamericano su Radio Popolare Roma. È tra i fondatori di Terre Madri. Recentissimo (fine novembre 2011). Infine, fa parte del Comitato Scientifico del CESPI (Centro Studi Problemi Internazionali) di Sesto San Giovanni – Milano.

    RECENSIONE DEL LIBRO:

    di Cristina Carpinelli

    Leggendo questo libro, sembra pienamente confermata l’affermazione del socialista Jean Jaurés, secondo cui «il capitalismo porta con sé la guerra come il nembo il temporale». La sua inesorabile tara originaria è tale «che nel suo stesso seno si affrontino le concorrenze di dominazione e di controllo di mercati, di spazi e di risorse umane». La mondializzazione del capitalismo, che ha prodotto «polarizzazione sociale» e «adattamento dell’intero pianeta al liberismo economico», è la conseguenza di un’architettura che non riconosce per fondamento morale niente altro che i valori generati dalle sue stesse necessità. I danni economici e sociali non sono «disfunzioni», ma il prodotto di un tentativo di ricolonizzazione del mondo per opera del capitalismo predatorio internazionale. La crisi climatica, la lotta per l’accaparramento delle risorse si analizzano come crisi sociali globali e come prodotto di un sistema dove l’abbondanza non può e non deve essere condivisa e che quindi ha bisogno di organizzare un mercato delle materie prime su un modello di rapina che getta nell’estrema povertà miliardi di esseri umani. Bisogna, infine, disegnare uno spazio giuridico globale, in cui plasmare nuove forme di lex mercatoria, attraverso cui i marchands de droit – come li ha chiamati Yves Sezalay – accordano una netta prevalenza al diritto commerciale rispetto al diritto del lavoro, e al diritto privato rispetto al diritto pubblico arrivando a legittimare, ad esempio, la privatizzazione dell’acqua. Tuttavia, la globalizzazione non ha ridotto lo scontro fra i paesi per conservare o guadagnarsi il dominio sulle risorse. Dunque, nessuna «fine della storia» – secondo la tesi di Fukuyama. Anzi, come si ricava dalle testimonianze raccolte in questo libro, la «storia sta per avere inizio». E Bolivia ed Ecuador segnano questo inizio. I saggi e le interviste sulla «guerra dell’acqua» e sullo sfruttamento petrolifero riferiscono del riscatto di questi due paesi che hanno fondato la loro rinascita su un modello di convivenza che poggia sulla ritrovata vitalità e il protagonismo delle popolazioni indigene e sulla loro cultura «resistente». Il volume non si limita a un «resoconto» sulla lotta di popoli per riprendersi risorse nazionali espropriate ma traccia un approccio alternativo a quello dominante nel rapporto e nell’utilizzo delle risorse della natura, entro cui emerge chiaramente un’idea diversa di società e di economia, sancita da nuove Costituzioni e nuovi vocabolari, quelli dei «beni comuni» e del «Buen Vivir». È un libro che parla di paesi e popoli originari da secoli spregiativamente identificati con immobilità, sottosviluppo e tradizione, poiché hanno respinto un’idea di modernità incardinata sulla superiorità occidentale rispetto al resto del mondo, e che lottano contro gli agenti della pianificazione dello sfruttamento scientifico del lavoro e della natura, che passa pure attraverso la spoliazione e la privatizzazione di risorse inalienabili. L’ineguaglianza, propria del sistema capitalista, si estende ai rapporti fra le nazioni, e dentro le nazioni fra territori, etnie, gruppi sociali. Il pluralismo nel mondo del capitale è solo «pluralità di capitali» e non lascia spazio all’uguaglianza come «alleanza delle diversità e delle differenti culture» che si pone invece come opzione centrale nelle proposte elaborate da Bolivia ed Ecuador. E proprio l’esperienza dei due paesi andini ci induce a riflettere su questa alternativa come progetto dell’umanità per vivere meglio.

    Fonte: il manifesto – Le Monde Diplomatique (giugno 2011).

    http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Giugno-2011/pagina.php?cosa=1106lm23.02.html

    (Il testo che segue è un brano tratto dal libro La guerra dell’acqua e del petrolio – Bolivia ed Ecuador tra risorse e sfruttamento, a cura di Gianni Tarquini con prefazione di Fausto Bertinotti e Patrizia Sentinelli, Edilet, maggio 2011).

    Un libro che parla di acqua, petrolio e gestione delle risorse naturali guarda al futuro prossimo del nostro pianeta indagando sugli elementi chiave che sono già oggi alla base dei conflitti e dello scontro per conservare o guadagnarsi l’egemonia. Il petrolio e il suo accaparramento restano fondamentali nello scacchiere geopolitico, con l’occidente che, lungi dall’affrancarsene, ne resta fortemente dipendente, affannandosi nell’impiego di sempre più sofisticate tecnologie e risorse per lo sfruttamento di fonti sabbiose, bitumose o in profondità marine, finora ritenute economicamente non convenienti.

    Le guerre e le tensioni internazionali degli ultimi anni lo vedono sempre, sullo sfondo, come protagonista. L’acqua è il bene su cui si giocano gli scenari dei prossimi decenni e verso cui le ‘intelligence’ dei Paesi egemonici hanno già operato mappature planetarie e forme di controllo a danno delle società e dei sistemi che tradizionalmente l’uomo aveva sviluppato per gestirlo come bene comunitario e naturale. Questa raccolta di saggi e di interviste si occupa di tali problematiche (in maniera specifica con le due sostanziose ricerche di Ciervo, sulla guerra dell’acqua a Cochabamba, e Colleoni-Proaño, sull’influsso delle compagnie petrolifere nei confronti delle popolazioni amazzoniche ecuadoriane), partendo dal riscatto di due Paesi, la Bolivia e l’Ecuador, che hanno fondato la loro rinascita politica, sociale e culturale su un nuovo modello di convivenza, che si poggia sulla ritrovata vitalità e il protagonismo delle popolazioni indigene e sulla loro cultura ‘resistente’.

    Dopo secoli di sottomissione sono capaci, infatti, di proporre modalità relazionali valide e alternative al sistema produttivo vigente, proprio nel momento in cui questo vive una crisi legata alla sua eccessiva espansione e, soprattutto, al rischio di rottura dell’equilibrio ambientale connesso all’accaparramento insensato delle risorse naturali. Bolivia ed Ecuador, seppur con modalità differenti, grazie ai ‘saperi’ dei popoli originari emergono oggi con tutta la loro saggezza di vicinanza alla terra che noi occidentali abbiamo perso nell’ubriacatura della modernità tecnologica e consumistica e rappresentano una punta avanzata nel nuovo corso politico latinoamericano.

    L’America latina è stata storicamente, ed è tuttora, un immenso patrimonio di biodiversità, risorse naturali, fonti energetiche, ricchezze vecchie e nuove, cibo inesistente nel resto del mondo (come la patata e il pomodoro), argento, legno, rame, gas, illimitati appezzamenti di terra coltivabile, litio, petrolio e acqua. Le popolazioni originarie sono state nei secoli custodi di questo straordinario tesoro della Pachamama, la Madre Terra, e ne hanno saputo trarre le risorse necessarie alla sopravvivenza e la loro cosmovisione, preservandole, fino all’irruzione della società del consumo e della produzione con le sue imprese multinazionali, il commercio internazionale, la differenziazione di classe e la spasmodica necessità di appropriarsi di queste risorse.

    Quasi inaspettatamente l’Ecuador e la Bolivia, con un’evoluzione politica che ha portato i due Stati a una rifondazione del patto di convivenza nazionale rappresentato dal varo di nuove Costituzioni, a fine del 2008 e nel 2009, si propongono di cambiare il paradigma dello sfruttamento delle loro tante ricchezze naturali e hanno già operato per modificarne il controllo e lo sfruttamento. La strada ci sembra ben segnata, ma il cammino è solo all’inizio. Restano, infatti, contraddizioni e confitti tra le politiche estrattive dei governi in carica – che puntano al riscatto nazionale e al recupero della sovranità ma perpetuano nell’utilizzo delle risorse naturali -, e il movimento indigeno, impegnato nella strenua difesa dell’ambiente e nella creazione di relazioni sociali che siano rispettose, come ha ricordato Eduardo Galeano in questo libro, della maggioranza autoctona e del pluralismo culturale, per troppi secoli tradito, e della sacralità della natura, per troppi secoli profanata.

    Gli importanti cambiamenti che stanno avvenendo nei due Paesi andini, negli equilibri tra i gruppi sociali e nel rapporto con le risorse della terra per un loro maggior rispetto, comportano ripensamenti sul piano etico e sul ‘fare’ della storia che vanno oltre i due piccoli Paesi e meriterebbero una maggiore attenzione da parte degli studiosi e dei politici del mondo. Ma se la cultura egemone degli ultimi cinque secoli ha ignorato ed emarginato le culture originarie colonizzate in America latina, queste hanno saputo conservarsi, resistere e proporsi in forme sincretiche e innovative. Proprio per questo motivo il volume dedica spazio alla storia degli indigeni della Bolivia e dell’Ecuador, alle loro rivolte contro le diverse fasi della colonizzazione e ai movimenti e alle organizzazioni politiche che hanno preso forza negli ultimi decenni.

    Senza conoscere le tappe fondamentali del movimento indigeno sarebbe arduo comprendere a fondo la loro vicinanza alla Madre Terra, il rispetto per la natura e la loro incomprensione verso le forme di sfruttamento a larga scala. Ed è da questa storia, dalla forza e dalla politica dei movimenti indigeni e dei nuovi governi che provengono le straordinarie proposte che hanno saputo imporsi al mondo negli ultimi mesi, quali il riconoscimento dell’accesso all’acqua come diritto umano universale e fondamentale – voluto dalla Bolivia e votato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 con 122 voti a favore, 41 astenuti e nessuno contrario -, e l’accordo del 3 agosto 2010 tra Ecuador e UNDP, supportato da molti Stati e associazioni di tutto il pianeta e che potrebbe essere da esempio per tutti, che vede la rinuncia all’estrazione di uno dei giacimenti di petrolio più importanti del sudamerica per proteggere il parco dello Yasuní, di 950 mila ettari – all’interno della foresta amazzonica ecuadoriana -, dove vivono diverse comunità indigene e dove è presente una delle più importanti aree di biodiversità del mondo.

    Il 2010, anno internazionale della biodiversità, non sarà certo ricordato per l’impegno dei Paesi più ricchi a favore della sua preservazione (il fallimento del vertice di Copenaghen per il clima e il basso profilo di Cancùn lo confermano), mentre le due iniziative di Bolivia ed Ecuador, insieme alla mobilitazione in occasione della “Conferenza mondiale dei popoli sul cambio climatico e i diritti della Madre Terra” tenutasi a Cochabamba, a dieci anni e nella stessa città della vittoria dei movimenti nella guerra dell’acqua, e da cui è scaturito il rafforzamento della proposta di un Tribunale mondiale per la Giustizia Climatica e Ambientale, rappresentano atti importanti e un’inversione di tendenza nei confronti dell’acqua, dello sfruttamento petrolifero, dell’equilibrio da mantenere verso l’ambiente e le sue risorse.

    Le pagine del libro raccolgono analisi attente e osservazione della concretezza. Se a volte si avrà la sensazione di alcuni passaggi ‘militanti’ essi sono ‘militanti della realtà dei fatti’ e mai derivanti da una visione precostituita, proprio per la complessità e la dinamicità degli argomenti che abbiamo affrontato. Gli autori sono affermati studiosi delle tematiche sociali e antropologiche indigene di spessore internazionale e testimoni diretti dei fatti (Albó, Cerbino), ricercatori che hanno realizzato uno studio approfondito e sul campo sul tema che propongono (Angelucci, Ciervo, Colleoni, Martone, Tarantino) o protagonisti diretti dei fatti storici che raccontiamo (Santi, Proaño, Fernández, Rivera). Ci è sembrato utile iniziare con l’interessante intervista a Francesco Martone, membro del Tribunale Permanente dei Popoli, perché partendo dalle responsabilità di alcune transnazionali italiane ed europee nei confronti dell’ambiente e delle popolazioni autoctone, fossero da subito chiari il metodo predatorio operato dalle imprese nei confronti delle ricchezze ambientali e il tipo di relazione cui sono stati sottoposti da sempre i popoli originari della Bolivia e dell’Ecuador. La speranza è che questo libro possa contribuire alla conoscenza dei nuovi modelli di convivenza proposti dalla cultura dei popoli originari e la storia da cui provengono.

    Modelli che, pur contaminati da elementi e forme della cultura occidentale, cercano cammini alternativi al sistema egemonico basandosi principalmente su un nuovo approccio nel rapporto e nell’utilizzo delle risorse della natura.